Il giorno dopo


La mia giornata tipo e’ fatta di poche ma fondamentali fasi: per esempio, la mattina mi alzo presto. La prima cosa che vedo appena apro gli occhi e’ la grande vetrata della mia stanza. E’ come un portale che ti mostra un mondo diverso ogni mattina a seconda dell’intensità dei raggi del sole. E’ diventato l’oggetto che mi accompagna di più durante il giorno, poiché, sia quando mi sveglio sia quando vado a letto c’e’ sempre una gran luce che penetra svegliandomi la mattina e tenendomi compagnia la sera. Molte volte capita che, grazie alla luce, mi svegli prima che la sveglia suoni. Mi alzo dal letto, che ho posto proprio vicino alla vetrata per godere al massimo della veduta mentre la sera, sbricio la città addormentarsi. Quello che vedo per primo e’ il mio balcone poi tutta una serie di complessi edilizi che si perdono a vista d’occhio, subito dopo il parco Les Buttes Chaumont. Come una macchia verde fatta di chiome verdeggianti, spezza con il grigiore di editi al quando popolari.  E’ strano come più il mio sguardo, allontanandosi verso l’orizzonte veda un cambiamento nell’aspetto delle case. Esse, come a seguire una degradazione cromatica, variano dai colori accesi dei palazzi residenziali a colori, nettamente, più cupi quando si sale verso l’edificio della Sécutié Sociale. A volte s’intravedono fabbricati che ricordano quelli che ho visto nella Berlino est: stile socialista. Questi edifici sono per lo più degli HLM (acronimo per gli alloggi sociali o Habitation à loyer modéré). I primi, vicino a casa, sono curati nei dettagli, probabilmente costruiti intorno al XIX secolo anche se fanno eccezione alcuni palozzoni bianchi, brutti, senza nessuna ragione di esistere, concepiti come recipienti e non come alloggi. I balconi si susseguono gli uni agli altri senza veramente adempiere alla loro funzione originale. Troppo poco spazio per posarsi e godere della vista. Sono il risultato della fortissima richiesta di alloggi degli ultimi 40 anni. Risposte tanto rapide quanto banali ad un problema complesso che richiederebbe un po più di attenzione. Una volta sveglio mi affaccio alla finestra  e ammiro la cupola della cappella che è posta in cima ad una collina, proprio al centro del parco. Dopo avere fatto la doccia, fatto colazione, esco di casa. Nel corridoio, che porta all’ascensore, v’e una tappezzeria color rosso porpora che, d’estate, non aiuta certo a rinfrescare l’ambiente. Appena esco dall’ascensore, ben due porte magnetiche bloccano il passaggio.

Bisogna sapere che qui a Parigi, e credo in tutto la Francia, c’è un sistema di digicode per entrare negli stabilimenti, qualunque essi siano: case o uffici. Bisogna semplicemente digitare un codice a cinque cifre sostituibile, per i residenti, da una chiave magnetica.  Una volta uscito mi dirigo verso la stazione del métro: Jaures. Supero tutta una serie di ristoranti e parruchieri che portano scritte e volti di Paesi lontani. Quando si entra nel mondo sotterraneo, si entra in un’altra città, con le sue regole, i suoi labirinti infiniti che ti conducono verso la tua destinazione. Ogni volta che passo per convalidare il Navigò, io, come migliaia di persone al giorno, prendiamo dei colpi micidiali una volta superato il tornello. Tutto questo perché, per evitare che la gente scavalchi senza obliterare il biglietto, la Rapt (società che gestisce i trasporti) ha installato delle porte subito dopo la convalida che bisogna spingere per passare. Il problema è che sono pesantissime e, quando si e’ in ritardo si cerca di fare il più veloce possibile, cercando di convalidare e sgattaiolare via ma, puntualmente, gemiti di dolore fanno eco, a volte ironici, a volte, supplicanti di pendolari che arrancano. Arrivare in ritardo è quasi impossibile, in quanto, le corse sono, al massimo, ogni due munuti. Nonstante ciò è divertente e, allo stesso tempo, pericoloso scendere alla fermata desiderata per due semplici motivi. Il primo è che le porte si possono già aprire quando il treno, arrivato alla fermata, comincia a rallentare al sua corsa ma non è ancora del tutto fermo. Bisogna fare attenzione o si rischia di cadere appena si tocca la banchina, in quanto, un piede è ben saldo per terra mentre l’altro, dentro il convoglio, viene trascinato più avanti. Se si è riusciti a scendere incolumi, ecco che arriva il secondo ostacolo, più difficile da superare. L’orda dell’ultimo istante. Che cos’é? semplicemente è una fiumara che, imperterrita, convinta a non perdere la corsa e a non lasciare un centimetro in più al suo avversario, si getta con tutta la forza che ha, in una bagare all’ultimo passo. L’orda non si presenta appena si scende, bensì, si manifesta appena ci si incammina per prendere la coincidenza. Lo si capisce subito che c’è qualcosa che non va, la direzione del vento cambia. Dal silenzio della banchina, svuotata da genti risucchiate dal metro, si passa ad un lento, ma costante, scalpitio di passi sempre più insisteni. Gente che si misura con il tempo e con il vicino: scatti rapiti.

C’è chi punta sul mezzofondo e si lancia, piano piano, in una camminata un pò più insistente e lunga già all’inizio del corridoio, sicuro che così prendera il tempo agli altri. Altri, invece, sfruttano la possenza fisica per sbarazzarsi di chi, come me, cerca di dirigersi, in senso contrario, verso l’uscita. Poi, infine, c’è il prototipo del corridore fiero, non timoroso, spavaldo, che senza dar nell’occhio, accellera il giusto, senza forzare, convinto che tanto le métro l’aspetterà. Le porte si chiuderanno appena lui avrà varcato la soglia. Ecco però che puntualmente… la perde.

Dal mio canto invece, imbocco il corridoio che mi porta alla coincidenza per potermi recare al lavoro. Dopo una giornata passata dentro le mura du boulot, ripercorro, a senso inverso, il tragitto, con un’unica differenza: ho tempo per scoprire. Questo mi piace del mio giorno dopo, ossia, il fatto che ogni giorno è una scoperta. E’ come affacciarsi su un mondo sconosciuto, che ti si rivela solo se tu gli poni le giuste domande. Il mio giorno dopo, è eccitante nonostante si ripeta lo stesso cammino, gli stessi volti, le stesse espressioni deluse per aver perso il metro. Tutto ha un sapore nuovo. Non passa giorno che qualcosa non mi colpisca, che non s’incontri qualcuno di interessante con il quale scambiare due chiacchiere. Non c’è giorno che ritorni a casa senza aver appreso qualcosa. Il mio giorno dopo è uguale e diverso dal giorno prima. Ogni qualvolta che apro il portone è come se mi affacciassi ad una finestra ad osservare, nei minimi dettagli, questa città da vicino. Osservarne le rughe, l’étà che ha stampata sul volto e le malattie che si porta dietro. Mi corico sotto la protezione della vetrata che fà da denominatore comune a tutti i miei giorni. Mi addormento conscio che il giorno dopo sarà ugualmente diverso.

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