Le file rouge d’Aimé Cesar


Aime Cesaire

Alla Couneuve, un quartiere nord fuori Parigi, appena si esce dalla metropolitana, s’intravede vede un file rouge; fine, di color rosso tenue. Non è facile vederlo poiché sembra scomparire in mezzo alla gente che passa da un marciapiede all’altro. Lo seguo. Mi incuriosisce. Prendo la linea del tram (tramway) che passa giusto accanto. Bisogno sapere che a Parigi quando s’incontra una linea del tram significa che si è arrivati al limite urbano. Si entra nella zona periferica parigina. Ognuna di queste linee serve a chiudere le cinta della città, infatti, la maggior parte delle fermate si chiamano Porte de.. (Porta di.). Gli edifici che scorrono fuori dal finestrino non ricordano affatto Parigi. Sono molto bassi, spazi molti più ampi, tanto che il cielo lo si può ammirare senza problemi; nitido, chiaro e lontano. Le case si susseguono come gli stili. Schiere di villettine bianche fanno ricordare alcuni paesaggi di mare mentre altri immobili, situati in fronte, ricordato vagamente città sud-americane. Le file svolta bruscamente a sinistra, me ne accorgo, e scendo: arret hotel de ville. Attraverso la via… La prima domanda che mi pongo inconsciamente è: « siamo in Francia? ».

Mi si para davanti un quartiere lasciato al degrado; un palazzo non terminato, con il calcestruzzo in evidenza, una pizzeria abbandonata, un grossista cinese che nel suo dispaccio vende qualsiasi prodotto esotico, proveniente dai 4 angoli della terra, e una lavanderia non molto rassicurate. Mi sembra più una terra di nessuno. Passando per questa terra, il filo mi conduce per il quartiere fermandosi davanti ad un gruppo di ragazzi di colore, o come vengono chiamati qui, black. Sembra di essere finiti una una situazione non auspicabile. Mi siedo ed aspetto. Io sò cos’attendo. Un ragazzo dei tre, discuti con i suoi amici: « moi, j’étais en galère pour ça. Il faut du mouvement social! Mon frère. j’ ai fais des soirées et je cherche de comuniquer avec les jeunes » seguito da una botta e risposta tra i due. Il ragazzo, occhiali da sole, kefia al collo, agita le mani per esprimere quello che ha nella sua testa. La gente comincia a riempire il piazzale, dieci, venti, quaranta persone miste fra donne con bambini, uomini, giovani, rassomiglianti più a 50cent che a ragazzi engagés socialement. Il 21 luglio, meno di 15 giorni fa, proprio qui vicino, in questo quartiere,  delle donne con bambini a carico, hanno manifestato pacificamente per richiedere una nuova assegnazione degli apartamenti, vista l’imminente abbattimento di alcuni caseggiati. La risposta delle forze dell’ordine è stata smisurata portando il caso sulle rubriche, giornali francesi ed esteri.

Tornando a questa giornata, ora, in questo istante persone di ogni colore e religione, si trovano uniti per portare avanti una battaglia che tocca nel vivo la dignità umana. Le persone che ci credono, che ci mettono la faccia sono davanti a me. Davanti ai miei occhi. Con, o senza, Hijab, boubou o in abiti civile, poco importa. Quello che questa gente vuole manifestare è il principio del rispetto dell’uomo. Libero nel suo agire.

Le file rouge mi lega, crea connessioni, altrimenti impossibili, come quel ponte che lega ogni parte su questa terra. Non nè siamo coscienti della sua esistenza, nessuno lo è, ma c’è. Sembra sempre che combattiamo una battaglia contro un gigante che sfrutta la solitudine che regna sempre sovrana, ma questo mio pellegrinare, questo mio perpetuo movimento, mi permette di capire che qualcosa si muove. Piano piano, la gente lascia da parte vecchi rancori, differenze, e metti in azione quelle semplici, ma fondamentali, azioni che possono fare la differenza: la mobilitazione sia fisica sia intellettuale. Davanti al comune, ci sono anche vari giornalisti, più o meno esperti. C’è chi, alle prime armi intervista, con un pò di timore ed imbarazzo, e chi, con tecnica e sicurezza acquisita con il tempo,  riempie taccuini. I primi, dopo un timido tentativo di intervista vengono affiancati dai secondi più esperti e in un batter di ciglia passano ad essere loro gli intervistati. Questa è un pezzo di banlieue, appellativo troppe volte involgarito, per identificare una semplice periferia, come se ne possono trovare in una qualsiasi grande metropoli, con tutto quello che questo comporta. Quello che voglio sottolineare, e auspicare, è una rivoluzione interiore. Ognuno, come ogni singola persona in questa strada, porta la sua storia e le sue energie per una causa comune. Credo che sia inutile scrivere un articolo, nel senso classico, perché non aggiungerei niente di nuovo a qualsiasi altro articolo scritto in maniera  impeccabile da un punto di vista sintattico-grammaticale. Quello che voglio è portare i volti, le sensazioni, i brusii che una piazza produce. I colori che si mischiano, persone che parlano lingue diverse ma che in fondo, oggi, parlano la stessa. La causa per la quale siamo qua è nobile, non tanto per quest’episodio; se ne ripetono ogni giorno in tutto il mondo, o, semplicememte nella stessa Parigi. Bensì è difendere il principio della non-violenza. Parlo con una signora che partecipa al sit-in. Mi racconta la sua storia; 1964. L’anno in cui sono nata non coincide con il momento in cui la mia battaglia ha avuto inizio. Il mio percorso nasce con i miei genitori venuti in terra francese più di 50 anni fà. Ecco, lì comincia la mia storia, con le mie radici. Non posso dire che la Francia sia il mio paese, ancora dopo tutti questi anni non mi sento à l’aise in questo Paese.

Volto lo sguardo e vedo che qualcuno prende la parola. « Bonjour à tous ». Entrambi ci allontaniamo gli uni dagli altri e, in disparte, ascolto. Due ore più tardi il sit-in finisce. Dopo un’ultima sollecitazione a continuare ad informarsi, utlizzando i mezzi non convenzionali, la gente si divide tra giornalisti ed amici. Sicuramente il problema non si risolverà cosi facilmente ma è pur sempre un inizio.

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