Il nonno kamikaze


Nel 1944, e per tutta la durata della guerra, piloti della Marina Imperiale giapponese sacrificarono loro stessi in nome di un ideale. Occhiali da aviatore in testa, l’hachimaki, una medaglia all’onore e il minimo indispensabile. Pronti sulla pista di lancio, in fila, gli uni agli altri a condividere quell’ultima esperienza con compassione, ossia, con la stessa passione. Tutti attendono il loro momento. Il generale offre loro un bicchiere di « sakè » puro per inebriarli al punto giusto da permettergli di non avere ripensamenti dell’ultimo momento. Si, all’ ultimo momento, quando ci si rende conto di quello che si sta per fare, come se si ci svegliasse dalla torbida incoscienza dovuta dall’alchol. Una volta presa quella decisione definitiva, restano solo pochi secondi accompagnati dal rombo del motore e da qualche frammento in fiamme. Si diventa testimoni unici della fine di un uomo e del suo ideale. Lui, il pilota, non ci sara’ più, ma la sua scelta avrà avuto conseguenze su altre persone e, forse, i danni, saranno più di quelli prospettati e progettati davanti alla scaletta dell’aereo. Da qui, questa figura, a volte mitizzata, a volte snobbata come opera di fanatici che non avevano niente da perdere, prende forma e significati vari. Per 60 anni si e’ abusato sia dell’appellativo « kamikaze » sia del ricorso a questa tecnica per aggredire gli altri, sacrificando sé stessi per una causa in cui si crede. E’ bizzarro constatare come la parola kamikaze, nata in Giappone ed esportata in tutto il mondo, non venga utilizzata dalla stessa stampa giapponese per indicare gli attacchi suicidi quali possono essere stati quelli dell’undici settembre. In questi casi utilizzano la parola « jibaku terorisuto » ovvero terroristi autoesplodenti. Detto ciò voglio utilizzare questa figura, che mischia eroicità e devastazione, per modificarne il significato, o meglio una parte di esso, integrandola con la figura che tutte le culture stimano e rispettavano fino a non tanto tempo fa: Il nonno.

Il nonno ha sempre accentrato in sé potere e tradizione, saggezza e giustizia. Queste qualità lo hanno contraddistinto, e lo contraddistinguono tutt’ora, nonostante la nostra società, nella quale vivo, ha trasformato quest’uomo da figura quasi divina, intercettore con il mondo ultra terreno, a un pensionato che vive di stenti, che tira a campare. Tutto ciò per raggiungere gli anni utili a ricevere un misero compenso in cambio di una vita grattata, sudata, ogni minuto, ogni secondo di ogni mattina consacrata al lavoro. Il nonno Kamikaze è un nonno speciale nella sua normalità. Tutti possono esserlo. Perché mai dovremmo avere bisogno di un nonno cosi?. Semplice perché il nonno kamikaze è un nonno che non ha più paura di niente, ha già percorso tutta la sua vita, superando tutti gli ostacoli che si possano immaginare. La sua forza non stà nel farsi esplodere fisicamente contro qualcuno o contro qualcosa , bensì, utilizza tutta la sua conoscienza e tutta l’esperienza accumulata in una vita, per svelarne le insidie e le gioie. Ognuno dovrebbe averne uno. Un nonno che non ha paura di essere preso per pazzo se dice a gran voce che la violenza produce solo violenza e che la violenza si combatte solo con l’amore. Questo nonno difende il mondo nel quale i suoi nipoti cresceranno. Lo difende a denti stretti. La sua dinamite è costituita da pensieri liberi che lasciano spazio all’immaginazione. Sempre pronto a scendere in campo contro le menti anchilosite di altri vecchi che non sanno concepire un nuovo mondo se non quello che visualizzano nelle loro menti datate. E’ un nonno che smentisce e si prende gioco di ogni promessa politica fatta da gente triste, dicendoti che nella sua vita ne ha sentite di « propagandate » e che niente, in fondo, è cambiato. Proprio ieri ero in metropolita, tra la fermata di Chaussée d’Antin e Opéra, e l’ho visto. Il nonno kamikaze mi stava vicino. Non credendo di averlo davanti ai miei occhi mi sono avvicinato un po’, e lui, silenzioso, in disparte, stava seduto sul sedile opposto senza batter ciglio. Teneva in mano un giornale con lo sguardo fisso nel vuoto. Gli altri passeggeri lo guardavano con un pò di compassione e lui, certo di questo, giocava la sua parte (jouait son role). « Prochaine arret-Stalingrad », mi alzo e continuo ad osservarlo, non gli stacco gli occhi di dosso. La metropolitana si ferma, le porte si aprono.  Mi volto un’ultima volta per vedere il volto di quell’uomo, intensamente, come quando ci si attende che da un momento all’altro possa cambiare le sorti di qualcuno. Appena prima di scendere mi fissa con sguarlo scaltro e mi fa cenno toccando il berretto e con il labiale mi dice: « non smettere di sognare. »

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