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A Onça e a Lua


Um fato inesquecível que marcou minha infância aconteceu no Cajari, numa noite de eclipse lunar: pessoas batendo em tábuas, latas, panelas, sapopemas, dando tirso de espingarda pro ar. Tudo na tentativa, segundo diziam, de despertar a Lua. Anos depois, em Macapá, assisti a mesma cena em maiores proporções já que praticada por um número muito major de pessoas.

Muito tempo depois descobri, atráves de leitura, que na China também se fazia grande algazarra com foguetes, tambores e afins para assustar o dragão que acreditavam estar devorando a Lua. Crença igual a dos nossos índios, com a diferença que aqui, em vez do dragão, a Lua era devorada por uma Onça, razão pela qual se fazia barulho para que a mesma largasse sua embiara.

Eis, portanto, o porquê da baita zorra assistita, em menino, no Marajó: simples herança cultural dos nossos avós indígenas.

Aut: Antonio Juraci Siqueira

Vietnam kim phuc? fotamana mon ami


Vietnam L’acqua s’increspa al passaggio dell’imbarcazione. Le onde s’infrangono sulle sponde del fiume. Il riverbero della luce del sole mi impedisce di veder con chiarezza l’incrinatura del versante proprio davanti a me. Sono seduto su un Sampan ed oggi ho deciso di portarvi a visitare il mio quartiere.

Ho vissuto per ben due anni nel quartiere situato nel XIX arrondissement, vale a dire, tutta quella zona compresa tra la Place  Stalingrad ed il Parc de la Villette. Per chi conosce questa parte di città, sa bene che rimane non lontana dal XVIII e dalle zone di spaccio e degradate della Rue de Flandre, fino a raggiungere la fermata della metropolitana blu, Barbès. Nonostante ciò, vi si possono trovare moltissimi piccoli luoghi di ristoro, divertimento, cultura che non hanno molto da invidiare a quartieri più centrali. Infatti, non molto distante da Place Stanligrad, vi si trova uno dei canali più IN ed alternativi di Parigi: il canale Saint-Martin con i suoi negozi tutti colorati dediti alla vendita di dischi ed esposizioni di opere di giovani artisti.

Il quartiere ha molto sofferto negli anni ’80 a causa della crescente urbanizzazione delle periferie parigine ed all’accentrasi di un numero, sempre maggiore, di immigrati provenienti dalle ex-colonie. In questo momento storico, Parigi cerca di creare molto rapidamente edifici e, a volte, interi quartieri dediti ad accogliere questa mole di gente da impiegare nell’industria manifatturiere.

Non é difficile scorgere, passeggiando anche solo sul canale della Loira o della Senna, alti edifici, fatiscenti, progettati in verticale come torri di babele senza riuscire né e toccare Dio né a dare una degna dimora agli abitanti. Proprio sulla Rue de Flandre si trova un complesso di edifici, figlio di un progetto urbanistico che puntava alla creazione di una coesione sociale attraverso l’estetica e la capienza degli edifici. Ovviamente le premesse sono state disattese.

Oggi vorrei proporvi un percorso gastronomico in giro per questo ricco quartiere nel quale coesistono realtà completamente diverse ma facenti parte di una stessa comunità. Per tutti gli amanti delle pietanze tipicamente francesi è d’obbligo fermarsi, dopo un passeggiata sulle « Quais de la Seine », alla Bastringue ( 67 Quais de la Seine, 75019 Paris, France 0033142098927). Se non doveste amare i piatti proposti, sicuramente non potrete rimanere indifferenti dall’arredamento e dell’ambiente festivo, soprattutto nel periodo estivo.

Per gli amanti dei cibi etnici ho due proposte. La prima é un ristorante si trova sulla Rue de Crimée subito dopo un bar che fà angolo. Lo si riconosce perché sulla vetrata all’entrata v’é raffigurato, anzi dipinto, un elefante. Si proprio un elefante. Devo dire che è al quanto curioso di come sia venuto a conoscenza di questo piccolo ristorante. Tutto è successo un giorno, come sempre per caso, quando, avendo un budget limitato ed una fame che mi attanagliava, sono capitato davanti all’unico ristoro aperto: Grillade d’Afrique.

All’inizio ero un po’ titubante poiché non sono qualcuno che si cimenta in avventure gastronomiche così facilmente. Il proprietario è davvero simpatico ed accogliente. Vi consiglio di provare qualcosa di tipico ivoriano. Lasciatevi andare a sapori e ad un ambiente Made in Africa. L’unica pecca è la lentezza del servizio visto che cucinano tutto sul momento.

Percorrendo appena 500 metri si passa dall’Africa al Vietnam senza dover mostrare passaporti ed altri documenti del genere. Ci si incammina verso la chiesa che si trova in mezzo ad una piazzetta che porta un nome che non le si addice: Place de bitche. Una volta superata la chiesa, bisogna continuare per un centinaio di metri e si arriva in Rue Crimée n.176. Avvicinandosi s’intravede l’insegna lampeggiante color rosso con la scritta: « restaurant chinois-vietnemien. » Il brusio della luce ad intermittenza, alla quale mancano alcune lettere della scritta, mi da’ il benvenuto. La luce è alquanto fioca ma sufficientemente forte da illuminare il ciglio della strada. Prima di entrare però, do’ un’occhiata furtiva alla via che conduce verso l’interno del quartiere dove si trovano i caseggiati di rue gresset. E’ una via stretta con balconi molto piccoli e ravvicinati dando l’impressione di toccarsi con la sporgenza dei balconi. Somigliano a molti palazzi della Milano vecchia nonostante l’unica differenza e’ che qui gli sciuri, come vengono soprannominate le persone benestanti a Milano, sembrino non averci mai messo piede. Sulla porta del ristoriante due scritte in cinese accolgono il cliente. La particolarità di questo ristorante è la fredda accoglienza, i tavoli vuoti, e clienti assenti. Allora perché proporlo?

Lo propongo per due ragioni: la prima è il bellissimo dipinto sulla parete del ristorante raffigurante una mito cinese. I colori, e  l’accurato dettaglio del dipinto, fanno sognare. Il tutto accompagnato da una perpetua musica orientale di sottofondo. Il secondo motivo riguarda il cibo. Se posso consigliarvi, sopratutto nelle sere d’inverno, decisamente ordinerei la soupe tonkinoise spéciale, riscarda e riempe.

Tre tappe culinarie per gustarsi un XIX fuori dai percorsi turistici.

« Côtoyer ces hommes, c’est mettre des doutes sur nos certitudes »


Interview à Bruno Zanzottera

Né à Monza. Zanzottera, agé de 55 ans a toujours parcourt le monde en le décrivant à travers la photographie classique, expérimentale. Il a été auteur de plusieurs reportages photographiques spécialisés dans l’ethnographie, la géographie et le sociale. ll a voyagé, dans le monde entier, pour raconter des histoires perdues des tribus locales africaines ou de n’importe quels coins de la planète où, son regard, aurait pû faire la différence. Parmi ces reportages on trouve: “Ashanti, il popolo dell’oro”, “Il voodou sulla Costa degli Schiavi”, “Le architetture in fango dell’Africa Occidentale”, “Ol Doinyo Lengai, la montagna divina dei Masai”, “Mongolia, i cacciatori con le aquile kazaki”, “Patagonia, nel mondo di Francisco Coloane”.

Actuellement il travail pour des magasines italiens: »Gulliver », « Airone », “Itinerari e luoghi”, “Panorama Travel”, “Luoghi dell’Infinito”.

L’uomo che é riuscito a respingere il deserto


The man who stopped the desert
The man who stopped the desert

Quindici ettari d’oasi in pieno Sahel. A Gourga, nel nord-ovest del Burkina Faso, l’autore di questo miracolo, un piccolo contadino di nome Yacouba Sawadogo, sfida il deserto da più di trent’anni. Ottimizzando i processi d’innesto degli alberi ha, così facendo,  frenato l’avanzare implacabile del deserto ed ha ottenuto il rispetto delle più importanti organizzazioni internazionali. Negli anni ottanta, questo contadino si lamentava dei danni provocati dalla desertificazione nel suo villaggio natale. « Non c’era da mangiare a causa della siccità e l’acqua era molto rara nella nostra comunità, ha spiegato a fine 2011 ai delegati della Convezione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (CLD). Le tecniche agricole utilizzate lasciavano evaporare l’acqua molto facilmente, e le piante appassivano in tempo record. » Il suolo era troppo compatto per poter assorbire le piogge, di conseguenza la vegetazione scompariva ed i raccolti non riuscivano più ad alimentare gli abitanti che, con il passare del tempo, dovevano esiliare, lasciando allo stato brado le culture ancestrali. Tuttavia, è proprio da quest’ultime che si è trovata la soluzione al problema. Yacouba ha dapprima ricostruito i rialzi tradizionali in pietra, che un tempo delimitavano gli appezzamenti di terra e rallentavano lo sgocciolare dell’acqua. Ma, soprattutto, ha apportato delle migliorie alle « zais », ossia dei buchi scavati nella terra utilizzati come bacini per l’acqua piovana, che mantengono il suolo umido e fertile. Yacouma le ha ampliate e riempite con del composto e con della termite. Gli insetti possono, tranquillamente, banchettarvi. Le loro gallerie ed i loro rifiuti organici hanno permesso il resto: la terra si è aerata e arricchita di preziosi componenti nutritivi.  Il livello delle falde freatiche è risalito, gli alberi hanno ricoperto a nuovo il paesaggio ed il rendimento dei cereali ha fatto dimenticare la carestia.

Il successo di Yacouba però, ha riscontrato un certo scetticismo da parte degli altri contadini. Per trasmettere il suo sapere, ha creato i « giorni de mercato », ovvero, due appuntamenti annuali nei quali gli agricoltori di tutto il Sahel si riuniscono per condividere le loro conoscenze. A 60 anni passati ( anche se non sa esattamente quando sia nato), Yacouba Sawadogo percorre molti chilometri in moto per sensibilizzare la popolazione accogliendo i curiosi per il suo nuovo modello di sfruttamento delle terre. « Questa formazione è il punto d’inizio di molti scambi proficui nella regione, ha spiegato. La gente vi si reca per apprendere e diffondere, successivamente, il sapere nei loro villaggi d’origine. In tre decenni, avrebbe così contribuito a ripopolare sei milioni d’ettari nella regione del Sahel, secondo la CLD.

Questo successo ha attirato l’attenzione dei media. Nel 2009, Yacouba ha ricevuto l’onore d’essere il protagonista di un documentario britannico. Diffuso in venti Paesi, « L’uomo che ha arrestato il deserto » ha condotto il contadino burkinabé fino al Campidoglio, a Washington, dopo di ché alla tribuna di CLD, in Corea del Sud. La sua notorietà non ha impedito alle autorità locali di accaparrarsi delle sue terre, già fertili, spiegando che la città vicina, Ouahigouya, ha bisogno di espandersi. Una ingiustizia, denuncia l’ingegnere agricoltore Burkinabé, il quale dovrebbe trovare almeno 100 000 euro per riappropriarsi dei suoi preziosi ettari ormai destinati all’urbanizzazione.

Laure Dubesset-Chatelain

Tiré du magazine « GEO voir le monde autrement » Février 2013 p.20

Traduzione  Autiello Alessandro

Photo Edited by: Autiello  Alessandro

Another world nel XIX arrondissement


Sulle quais d’un canale. Una fila di gente che si avvicina al bordo. Un fila di mani aperte sui dei libri. Sono seduto con le gambe incrociate e davanti a me si presenta qualcosa di inedito, che non ho mai visto prima d’ora. Se tendo l’orecchio riesco a distinguere le voci in un brusio che risale il fiume, ma non quello che dicono. Parlano una lingua antica. Sono tutti vestito con abiti eleganti. Chi da solo, chi in compagnia, viene accompagnato da un signore barbuto che legge questo libro tenuto tra le mani tese. Non so esattamente perché tutta questa gente sia scesa fino al fiume per intonare canti e leggere la Torah, però questo insolito spettacolo arricchisce sempre di più questa città métissée.

Tanti giovani, meno giovani, donne o uomini, si stringono in piccoli gruppi di 3 o 4 persone. Al centro v’è un uomo con barbuto che legge ad alta voce come in una messa. Sembrerebbe si tratti di una cerimonia simile alla nostra comunione dove si mostra davanti a dio e davanti ai propri cari che si è testimoni della parola del signore. Tra tutta la folla il mio sguardo viene catturato da una signora vestita con un vestito bianco ed una maglietta crema che, sola, legge alcuni passi della Tora. Concentrata, si confida con sé stessa e con colui che lo ascolta. Dopo una decina di minuti, finito di recitare il passo, si avvicina all’acqua e con un gesto della mano simula di levarsi come della polvere dal vestito nell’acqua. Farfuglia qualche parola, chiude il libro e, in silenzio, si dilegua fino a scomparire tra la folla. Il molo, dove mi sono seduto, non smette di muoversi, mosso dalla corrente e dai bambini, che presi dall’euforia, saltano su e giù dal molo alla banchisa.

Dopo poco, due persone, padre e figlio, scelgono lo stesso posto per iniziare, insieme, questo « rituale ». Il figlio ha difficoltà a trovare la pagina e suo padre, con esperienza, gli indica la linea dove seguire. Con un gesto sembra dirgli:  » guarda è da qui che devi cominciare ». Iniziano a leggere stando vicini gli uni agli altri, poi, inconsciamente ognuno comincia a leggere per conto suo e si discosta leggermente. Tutto viene ripetuto con naturalezza e, assorti in quel che leggono, si isolano.

Dall’altra parte dal molo si sentono suoni di corno, che risuonano per tutto il quartiere XIX di Parigi e urla di gioia di un gruppo di ragazzi pronti a festeggiare da lì a poco. In ben che non si dica il canale si svuota portandosi dietro quell’insolito momento parigino.   La banchisa si svuota. Il sole tramonta ed io attendo che qualcuno mi spieghi.

Rédecouvrir Rabat.. by Hafida


Rédecouvrir Rabat
Rédecouvrir Rabat

L’aereo atterra all’aereoporto di Casablanca alle ore 17.30 del pomeriggio. Giusto il tempo di prendere i bagagli e mi dirigo verso l’uscita: mi guardo attorno e subito impallidisco tale é l’ansia che mi pervade. Tutte le aspettative si accumulano e prendono il sopravvento: fortunatamente l’espressione del mio viso si rasserena solamente quando noto un signore con in mano un foglio con su scritto il mio cognome. Come se qualcosa di famigliare e di rassicurante vi ci fosse rinchiuso. Lui tiene stretto, con una mano, il foglio, come se fosse un bene prezioso, e, per aiutarsi nella ricerca della persona attesa, lo sporge in avanti aspettando che qualcuno gli faccia cenno con il capo. Appena intravedo il mio cognome scritto su quel foglio, non esito un secondo a fargli cenno per fargli capire che sono io la persona attesa. Il signore termina la sua chiamata al cellulare: “ si si é arrivata, saremo li tra un paio d’ore”. Con le valigie al seguito ci dirigiamo verso l’uscita. Esco fuori dall’aereoporto e mi manca il fiato: riconosco i palmeti tipici del mio Paese natio che accompagnano i viali esterni. Il color ambra della terra risalta ancor di più il contrasto con il cielo, azzurro chiaro, come se le due parti fossero cariche, intrise, anch’esse dalla forte voglia di vita che si respira tra la gente.

 Chino la testa e salto in macchina: inizia cosi il viaggio tra Casablanca e Rabat. Imbocchiamo l’autostrada e sfrecchiamo veloci. Per tutta la durata del viaggio non ho potuto fare a meno dall’essere travolta da quello che vedevo. Per esempio, quando cominciammo a percorrere un lungo tratto dove il colore della terra è simile allo zafferano, sul ciglio della strada ci sono bambini che giocano mentre, in mezzo ai campi, i contadini fanno una pausa a causa del sole cocente. Quest’ultimi rimangono seduti a chiaccherare dei tempi giovanili e delle nuove generazioni. Ovviamente dall’auto non ho potuto carpire ogni singolo discorso ma l’espressioni dipinde sui loro volti non lasciano spazio ad altre interpretazioni.

Mi accosto al finestrino come volessi catturare con i miei occhi ogni singolo particolarare che scorre al di fuori della macchina. Non voglio perdere nessun dettaglio, nessuna montagna, nessun colore, come bramosa di continue novità. Mi concentro talmente tanto sul lato destro del finestrino che non faccio caso che d’altra parte, una lunga linea blu delinea un’immensa distesa di mare: l’Oceano Atlantico mi lascia senza parole. Per tutta la durata del viaggio noto che le macchine in circolazione somigliano tutt’altro che a delle vecchie carcasse con 4 ruote, anzi, la quantità di SUV mi ha impressiona. Questo la dice lunga sul costante accesso ai beni di consumo da parte del mondo arabo. In più, la globalizzazione sembra aver messo, anche qui, le sue radici poiché non é difficile incontrare bambini che mangiato un Happy Meal seduti in un Suv guidato da una donna velata. That’s the arab globalisation.

 Dopo un’ora di viaggio, in uno scenario d’altri tempi, il cartello situato sul ciglio della strata indica: Rabat. Usciamo dall’autostrada e prendiamo una via secondaria che ci conduce verso un agglomerato di edifici poco distante. Un lungo viale traversa il quartiere e mi rendo conto che comincia una delle zone più benestanti della città. Per più di un quarto d’ora non ho fatto altro che ammirare le case e gli edifici moderni che regnano in questa parte della città. Rimango attonica ed ammaliata allo stesso memento. Si possono intravedere ville maestose che ricordano una qualche dimora presidenziale mentre altre seguano lo stile nord europeo. Insomma; veramante uno spettacolo imperdibile.

Lo sguardo scorre lento sul panorama. Passiamo davanti a sedi importanti quali: il Ministero della Giustizia, Al Jazeera. Oppure residenze di diplomatici dell’Unione Europea: tutti edifici riadattati allo stile tipico Marocchino. Passati al vaglio uno o due edifici comincio ad annoiarmi un po`fino a quando, l’autista, ferma l’auto davanti ad un caseggiato: siamo arrivi.

Cronaca di un giorno marocchino..

Il grande Buddha raccontato da Augias


I segreti di Parigi
I segreti di Parigi

« Vorrei esplorare, in queste pagine, il Museo Cernuschi, che pochi conoscono e che nasce da circostanze molto avventurose. Si trova ai margini di uno dei più bei giardini di Parigi, racchiuso, quasi pudicamente, tra dignitosissime dimore altoborghesi fin-de-siècle: il Parc Monceau. »… « Il museo, che appartiene al comune di Parigi, raccoglie una splendida collezione di arte orientalista, cinese e giapponese specialmente. In genere, se ne varca la soglia senza chiedersi la ragione di quel nome lombardo nel cuore della capitale francese. Chi era mai Cernuschi per meritare tanto? La risposta non è facile. La guida che si può  acquistare all’ingresso del museo fa solo accenno al fondatore: Henri Cernuschi (1821-1896), finanziere d’origine milanese, compie un viaggio in torno al mondo per dimenticare la Comune avendo, come consigliere artistico, théodore Duret, l’amico degli impressionisti. Poche righe che complicanola situazione anziché semplificarla. »… »La verità è che di Henri Cernuschi quasi nessuno sa più niente; eppure quella impressionante raccolta d’arte orientale fu lui a cominciarla. »… » Quella casa, che è oggi il museo a lui intitolato, bisogna immaginarla nel suo disegno originario, senza cioé le aggiunte successive… » « Prima di arrivare a quella villa lombarda sorta nel cuore di Parigi bisogna però sapere molte altre cose. Per avvicinarsi al mistero di quest’uomo, bisogna conoscerne le attivitò, penetrarne la sua personalità ricca, come vedremo, di autentico genio, ma anche offuscata da parecchie ombre. Da vecchio, Enrico Cenuschi aveva acquistato un aspetto quasi biblico: lunghi capelli, gran barba bianca, occhi vivissimi, leggermente esorbitanti, un’aria tutto sommato saggia, anche se di una saggezza venata d’inquietudine. »… « Nel marzo del 1848, quando Milano insorge, ha ventisette anni. Enrico si batte sulle barricate, ma fa anche molte altre cose: organizza un posto d’osservazione tra le guglie del Duomo, fa forgiare dai maniscalchi i « triboli » per frenare le cariche della cavalleria di Radetzky, divide in squadre i trovatelli (« Martinitt »). ».. »L’anno dopo è a Roma, membro della costituente per la Repubblica romana. »… »Quest’ultima venne schiacciata dall’esercito francese ed Enrico Cernuschi venne arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo a Roma. »… »Rimesso in libertà, il primo agosto 1850 s’imbarca su una « tartana » a Civitavecchia, due giorni dopo è a Tolone, il 22 giunge a Parigi. »… »A Parigi la sua storia cambia e l’intera vicenda s’accelera: misteriosamente (avverbio che impiego a ragion veduta).

Quasi sempre, nella carriera dei grandi finanzieri, dei grandi imprenditori, degli uomini di rapida e inaspettata fortuna, resta misterioso, nascosto o ambiguo il momento iniziale. Chi fornisce il capitale iniziale »..

« Nella vita di Cernuschi gli aspetti poco chiari sono due. Il primo riguarda il momento in cui la sua sorte cambia, il secondo la sua vita amorosa.. Cernuschi non si sposerà né mai avrà figli ».. »L’altro mistero della vita di Cernuschi riguarda infatti proprio il denaro. grazie all’amicizia di alcuni italiani, forse rafforzata, come accennavo, da legami massonici, il suo primo lavoro parigino è un impiego in banca, al « Crédit Mobilier », con uno stipendio mensile di 50 franchi. Poco. Eppure questo « oscuro » impiegato riceve qualche anno più tardi l’incarico delicatissimo, e rischioso, di diventare l’esecutore testamentario di Felice Orsini, l’uomo che il 14 gennaio 1858 aveva attentato alla vita di Napoleone III, mancando l’imperatore ma provocando comunque 8 morti e 150 feriti. »… » In Francia, intanto, l’oscuro impiegato di banca stava acquistando una così grande fama di abile monetarista che Napoleone III fece chiedere la sua consulenza »… »Il 21 maggio 1871 s’imbarca a Marsiglia su una nave diretta in Oriente, accompagnato da Théodore Duret: già sindaco durante l’assedio di Parigi, costui è soprattutto un esperto di orientalistica, e sulla spedizione scriverà il libro Voyage en Asie (Viaggio in Asia, 1874). La fortuna, se posso usare questa parola è ancora una volta dalla parte di Cernuschi. Quando i due viaggiatori sbarcano in Giappone si rendono conto che nel Paese è in pieno svolgimento la guerra del Mikado contro i suoi feudatari. I templi sono deserti, spesso distrutti, i monaci ridotti alla miseria vendono per un boccone di pane ciò che hanno…

Continua a leggere la storia sul libro: « Corrado Augias-I segreti di Parigi-capitolo XV » Best seller Mondadori

Le file rouge d’Aimé Cesar


Aime Cesaire

Alla Couneuve, un quartiere nord fuori Parigi, appena si esce dalla metropolitana, s’intravede vede un file rouge; fine, di color rosso tenue. Non è facile vederlo poiché sembra scomparire in mezzo alla gente che passa da un marciapiede all’altro. Lo seguo. Mi incuriosisce. Prendo la linea del tram (tramway) che passa giusto accanto. Bisogno sapere che a Parigi quando s’incontra una linea del tram significa che si è arrivati al limite urbano. Si entra nella zona periferica parigina. Ognuna di queste linee serve a chiudere le cinta della città, infatti, la maggior parte delle fermate si chiamano Porte de.. (Porta di.). Gli edifici che scorrono fuori dal finestrino non ricordano affatto Parigi. Sono molto bassi, spazi molti più ampi, tanto che il cielo lo si può ammirare senza problemi; nitido, chiaro e lontano. Le case si susseguono come gli stili. Schiere di villettine bianche fanno ricordare alcuni paesaggi di mare mentre altri immobili, situati in fronte, ricordato vagamente città sud-americane. Le file svolta bruscamente a sinistra, me ne accorgo, e scendo: arret hotel de ville. Attraverso la via… La prima domanda che mi pongo inconsciamente è: « siamo in Francia? ».

Mi si para davanti un quartiere lasciato al degrado; un palazzo non terminato, con il calcestruzzo in evidenza, una pizzeria abbandonata, un grossista cinese che nel suo dispaccio vende qualsiasi prodotto esotico, proveniente dai 4 angoli della terra, e una lavanderia non molto rassicurate. Mi sembra più una terra di nessuno. Passando per questa terra, il filo mi conduce per il quartiere fermandosi davanti ad un gruppo di ragazzi di colore, o come vengono chiamati qui, black. Sembra di essere finiti una una situazione non auspicabile. Mi siedo ed aspetto. Io sò cos’attendo. Un ragazzo dei tre, discuti con i suoi amici: « moi, j’étais en galère pour ça. Il faut du mouvement social! Mon frère. j’ ai fais des soirées et je cherche de comuniquer avec les jeunes » seguito da una botta e risposta tra i due. Il ragazzo, occhiali da sole, kefia al collo, agita le mani per esprimere quello che ha nella sua testa. La gente comincia a riempire il piazzale, dieci, venti, quaranta persone miste fra donne con bambini, uomini, giovani, rassomiglianti più a 50cent che a ragazzi engagés socialement. Il 21 luglio, meno di 15 giorni fa, proprio qui vicino, in questo quartiere,  delle donne con bambini a carico, hanno manifestato pacificamente per richiedere una nuova assegnazione degli apartamenti, vista l’imminente abbattimento di alcuni caseggiati. La risposta delle forze dell’ordine è stata smisurata portando il caso sulle rubriche, giornali francesi ed esteri.

Tornando a questa giornata, ora, in questo istante persone di ogni colore e religione, si trovano uniti per portare avanti una battaglia che tocca nel vivo la dignità umana. Le persone che ci credono, che ci mettono la faccia sono davanti a me. Davanti ai miei occhi. Con, o senza, Hijab, boubou o in abiti civile, poco importa. Quello che questa gente vuole manifestare è il principio del rispetto dell’uomo. Libero nel suo agire.

Le file rouge mi lega, crea connessioni, altrimenti impossibili, come quel ponte che lega ogni parte su questa terra. Non nè siamo coscienti della sua esistenza, nessuno lo è, ma c’è. Sembra sempre che combattiamo una battaglia contro un gigante che sfrutta la solitudine che regna sempre sovrana, ma questo mio pellegrinare, questo mio perpetuo movimento, mi permette di capire che qualcosa si muove. Piano piano, la gente lascia da parte vecchi rancori, differenze, e metti in azione quelle semplici, ma fondamentali, azioni che possono fare la differenza: la mobilitazione sia fisica sia intellettuale. Davanti al comune, ci sono anche vari giornalisti, più o meno esperti. C’è chi, alle prime armi intervista, con un pò di timore ed imbarazzo, e chi, con tecnica e sicurezza acquisita con il tempo,  riempie taccuini. I primi, dopo un timido tentativo di intervista vengono affiancati dai secondi più esperti e in un batter di ciglia passano ad essere loro gli intervistati. Questa è un pezzo di banlieue, appellativo troppe volte involgarito, per identificare una semplice periferia, come se ne possono trovare in una qualsiasi grande metropoli, con tutto quello che questo comporta. Quello che voglio sottolineare, e auspicare, è una rivoluzione interiore. Ognuno, come ogni singola persona in questa strada, porta la sua storia e le sue energie per una causa comune. Credo che sia inutile scrivere un articolo, nel senso classico, perché non aggiungerei niente di nuovo a qualsiasi altro articolo scritto in maniera  impeccabile da un punto di vista sintattico-grammaticale. Quello che voglio è portare i volti, le sensazioni, i brusii che una piazza produce. I colori che si mischiano, persone che parlano lingue diverse ma che in fondo, oggi, parlano la stessa. La causa per la quale siamo qua è nobile, non tanto per quest’episodio; se ne ripetono ogni giorno in tutto il mondo, o, semplicememte nella stessa Parigi. Bensì è difendere il principio della non-violenza. Parlo con una signora che partecipa al sit-in. Mi racconta la sua storia; 1964. L’anno in cui sono nata non coincide con il momento in cui la mia battaglia ha avuto inizio. Il mio percorso nasce con i miei genitori venuti in terra francese più di 50 anni fà. Ecco, lì comincia la mia storia, con le mie radici. Non posso dire che la Francia sia il mio paese, ancora dopo tutti questi anni non mi sento à l’aise in questo Paese.

Volto lo sguardo e vedo che qualcuno prende la parola. « Bonjour à tous ». Entrambi ci allontaniamo gli uni dagli altri e, in disparte, ascolto. Due ore più tardi il sit-in finisce. Dopo un’ultima sollecitazione a continuare ad informarsi, utlizzando i mezzi non convenzionali, la gente si divide tra giornalisti ed amici. Sicuramente il problema non si risolverà cosi facilmente ma è pur sempre un inizio.

Ni-hao ti-zao.. XIII arrondissement


Per raggiungere il quartiere cinese da casa mia bisogna prendere la linea numero cinque, ossia quella contraddistinta dal colore arancione con direzione Place d’Italie. Sono esattamente quindici fermate che attraversano per il lungo Parigi. Da Nord a Sud, da Bobigny a piazza d’Italia, passando per Bastille e République.

Usciti dalla metropolitana s’imbocca l’Avenue d’Ivry, situata a qualche centinaia di metri da place d’Italie. Le insegne cominciano a cambiare, nel colore e nei caratteri. I negozi ed i ristoranti internazionali lasciano il posto, gradualmente ma irreversibilmente, ai cugini asiatici. In un misto di piatti e odori, si percorre la via. La Rue d’Ivry è un lungo viale alberato, dove spuntano luci di negozi vari. Si è accompagnati da un sempre maggior numero di persone asiatiche. Quello che più mi colpisce è il numero di coppie miste che passeggia per il viale ed incrocia il mio cammino. Si sente un unione di culture e  d’amori. Nel quartiere, erroneamente soprannominato cinese, poiché vi si possono trovare tantissime comunità, tra le quali prospera quella cinese. Appena si supera le Lotus, ristorante vietnamita, una fila di ristoranti, più o meno curati nell aspetto, si susseguono. Molti sono mere rappresentazioni di un mondo perduto, rimasto idealizzato solo nelle menti occidentali, altri, invece, più caserecci, richiamano molti curiosi o semplici abitanti del quartiere.

Alcuni come L empire des thes, Laos, tan lido, pho mui, sembrano voler esprimere e trasmettere, a tutti i costi, delle sensazioni, dei profumi, dei colori tipici dell’Asia, scordando che tra un negozio e l altro c’è sempre una boulangerie che, con la sua presenta, testimonia la presenza francese in terra « straniera ». Questo quartiere non rispecchia il grigiore e la chiusura della china town milanese. A Milano, non si entra a contatto con la comunità cinese, bensì, si entra a contatto con gli oggetti che i cinesi fabbricano, con i vestiti che i cinesi vendono, con i piatti che i cinesi cucinano. Si entra in contatto con tutto ciò che può essere materiale ma non si entra mai in contatto con uno sguardo cinese, non si riesce a fare una conversazione con un cinese, se non quando ci si reca dal parrucchiere Made in china. Qui l’aria è apparentemente più distesa. Lo si nota dall’assenza dei carretti che trasportano merci 24h su 24h e dalla moltitudine di coppie miste che, involontariamente, contribuiscono ad accorciare le distanze tra le culture. Thai con bianchi, bianchi con cinesi, cinesi con africani/e, come fosse la cosa più normale al mondo. Ovviamente questa è solo la realtà più visibile, quello che si può notare, senza scavare più in profondità. La caratteristica di questa via sono la case basse, non superano i 7 piani, fatta eccezione per alcuni grandi « grattacieli » bianchi, tutti uguali, costituiti da una quarantina di piani. Se li si percorre con lo sguardo si può arrivare alla fine della via ma io, invece, non mi dirigo verso la fine bensì decido di prendere una via laterale per entrare un po’ più dentro alla vita di quartiere. Prendo Rue Simone weil, niente di speciale se non quattro ragazzotti di periferia in motorino e altrettanti edifici equiparabili alla loro misera arroganza. Quello che mi colpisce, invece, è un piccolo giardino: jardin baudricourt. E’ un giardino pensato e realizzato in stile asiatico. Vi trovo un piccolo fiumiciattolo, fiori coloratissimi, rosa e viola e al centro della piazza trovano spazio due pietre, poste una sopra l’altra, come a raffigurare un uomo. Supero la costruzione a forma di capanna, che solo dopo vari tentativi riesco a capire che sono delle toilette pubbliche, e scovo una pietra commemorativa che colpisce la mia attenzione, mi avvicino e leggo: à la mémoire des travailleurs et combattants chinois « morts pour la France » pendant la Grande Guerre. 1914-1918. Questa scritta, posta in basso, è affiancata da una medesima ma in lingua cinese.

La targa scritta in francese mi lascia un po’ perplesso in quanto non capisca il bisogno di virgolettare la frase morti per la Francia, quando quest’ultima avrebbe avuto lo stesso senso senza quella rémarque. Nel frattempo tre bambine cinesi continuano a fissarmi facendo il giro, mano nella mano, della capanna. Mi guardano, sorridono e via, scompaiono in un attimo. Parlottano tra loro in un misto tra cinese e francese o forse sono io che non riesco bene a decifrare quello che dicono vista la loro tenera eta’. Lascio questa piccola oasi di tranquillità e mi dirigo in un’altra via traversa. Qui, già a partire dalla chiesa di Notre Dame de Chine, evidente rifermento alla più ben nota chiesa, niente fa pensare di essere a Parigi, anzi, senza esagerare, niente fa ricordare di toccare suolo europeo. Le scritte poste fuori gli edifici quali: insegne di dottori, dentisti ed avvocati, sono tutte scritte rigorosamente in cinese, lasciando un piccolo spazio per la lingua francese. Perfino la multinazionale del fastfood non può resistere e si adegua scrivendo l’insegna con gli ideogrammi. Fuori Mc una mendicante cerca di convincermi, con il suo forte accento cinese, di darle un euro per potersi permettere un menù. Cedo, un po’ intenerito e un po’ incuriosito se davvero utilizzerà l’euro per comprarsi da mangiare. Mi apposto appena fuori l’entrata ed aspetto che entri. La dame si volta per assicurarsi che io mi sia allontanato, e, delusa di vedermi lì, mi fa cenno con il capo come a dirmi: sto per entrare. Un secondo, mi volto per non fissarla, e scompare tra gli alberi e le macchina posteggiate.

Prima di riprendere la metro 7, che mi porterà direttamente alla stazione di stalingrade, un piccolo gruppo di tre donne, una bianca, una di colore e l’altra asiatica, tiene in mano un giornale intitolato: « svegliatevi! » L’immagine di una famiglia seduta a tavola fa da sfondo, tutto tradotto anche in cinese ovviamente. Una piccola descrizione di quello che ho percepito passando un pomeriggio au quartier Chinois de Paris. Sicuramente ci ritornerò accompagnato da qualcuno che mi spiegherà più a fondo la storia di questo quartiere.

Zài zǎoqí