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La cultura latente


Molto spesso mi fermo a pensare agli studi che ho fatto fino ad ora. Penso a tutte quelle ore passate ad ascoltare seminari ed interventi su come si possa vivere in un sistema multiculturale integrato. Ho letto vari libri che presentano al lettore svariate teorie su questo  argomento. Nonostante, a volte, creino ragionamenti troppo complessi, lungi dalla realtà.

Quest’ultimi, mostrano un mondo fittizio ed irreale che la nostra società dovrebbe raggiungere, dimenticando la concretezza e l’applicabilità di tali progetti.

Ripeto tra me e me a bassa voce, quasi come una cantilena questa parola: « cultura ». Più la ripeto a labbra serrate e più mi si fa buio attorno tanto é il suo essere poco definibile. La cultura per me  si riferisce a qualcosa di estremamente personale, ossia, molto più vicine all’insieme delle esperienze che ti coinvolgono durante la vita, che di qualcosa di prestabilito dalla società.

Penso che la vera cultura, della quale si è portatori sani, la si scopre andando a vivere all’estero. Bisognare testare su se stessi per poter togliere ogni mediazione, filtro da parte di qualcuno. Per questo Parigi,  e’ stata, per me, il centro di tutto. Un’ecosistema multiculturale forzato per legge, imposto, a volte nascosto quando si tratta di mostrare i problemi che la Francia deve superare in questo senso. « Caché » o deformato In nome della difesa dell’equilibro interno alla società o per  proteggere la definizione stessa d’identità francese. Molte volte viene nascosto come si nasconderebbe il proprio nome inciso sulla colonna infame.

Fortunatamente le politiche d’integrazione messe in atto dai vari governi negl’ultimi 20 anni stanno dando i primi risultati tangibili, ossia si comincia a criticare un po’ di più questo modello d’integrazione lasciando spazio ad un vero dibattito basato su come  la società dovrebbe essere concepita includendo tutti.

Quest’avventura mi ha aperto ad un nuovo mondo, che mette in discussione molti dei punti sui quali prima affermavo o smentivo tutto quello che era concesso in ambito di politiche d’integrazione.

Ora vivo in prima persona questa realtà che mi mostra lati intimi che non si leggono sui giornali e non si vedono in reportage di due minuti alle televisione. Questo è una lotta intérieure poiché, nonostante io stia qui a scoprire l’altro in tutte le sue forme, vedo che ogni giorno si svela sempre di più qualcosa di me che non conoscevo. Qualcosa che è latente. Qualcosa d’istintivo che solo uno straniero riesce a percepire e intendere. La particolarità di questa « cultura latente » è quella di mostrarsi solo in alcune situazioni precise, come un istinto primordiale pronto a difendere il tuo essere. Nonostante si pensi di non avere dei preconcetti culturali, ci sbagliamo, anzi essi spuntano fuori come degli aculei.

Mi riferisco anche a quelle persone più aperte di spirito. È difficile vedere la nostra postura culturale ossia quanto siamo inclini o meno verso il modello culturale propostoci dalla nostra società. Pensiamo sempre di essere obiettivi, di vivere nel credo del super partes che si rivela finto ed effimero, fondato solo ed esclusivamente sulla nostra concezione della realtà. Basta cambiare società e tutto si rimette in discussione.

Nessuno lo e’, tanto meno io, poiché scegliamo quello che vediamo. Quando si esce dall’ambiente dove si nasce si perde quasi tutto, dalle relazioni umane, che fino ad ora avevano caratterizzato la propria vita sociale fatta di riti ed usanze, alla vita quotidiana. Quando si passa il confine é come se si entrasse dentro ad una grande macchina a raggi X, come quelle che vengono utilizzate per la TAC. Le situazioni, la gente, la nuova cultura stimola i tuoi più primordiali istinti, bisogni e, come uscita dal nulla, eccola, fatta di portanti, giunture, la tua struttura culturale affiora e si manifesta con le sue mille sfaccettature.

Se fossimo in una stanza oscura se ne vedrebbero le linee che, unendosi le une alle altre, formano il tuo senso critico. Si potrebbe intravederle come luci fosforescenti delimitanti il tuo corpo. Solo quando tutto intorno a te è buio allora si scopre un mondo. Tutto diventa eternamente relativo. Per esempio, la nostra concezione di famiglia, sesso, fede, educazione diventa precaria. È la nostra percezione della realtà che cambia e con essa cambiano tutti quei comportamenti che ad essa sono connessi.

La cultura latente ci svela chi noi siamo e ci costringe a fare un lavoro di auto-critica. Siete pronti?

Pubblicato il: 14 giugno 2011 @ 15:49
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Metro 2 Nation


Metro: ligne 2 fermata Courcelles. E’ l’una e mezza di notte eppure sulla metro sembra di stare in pieno giorno. Gente stanca da attese disilluse ed altri pronti per un altro giro di giostra, come la coppia davanti a me che, tenendosi per mano, prevede di finire al meglio la serata. Parigi, citta d incontri, citta di scambio. Arret: place de chlichy annuncia la voce seducente della demoiselle ….

Ad ogni fermata la vettura si riempe. La metro, in francese e’ maschile, le métro, passa indisturbata, insieme al suo carico di viaggiatori, per tutta la città, in modo democratico, trattando allo stesso modo un quartiere piuttosto che un altro. La fermata di Anvers e’ in rifacimento e lascia la gente quasi al buio, invece, a Barbes la metropolitana sale in superficie. E’ una delle stazioni di questo tragitto più frequentate da gente non raccomandabile. Nonostante cio’ e’ il tratto che più preferisco perché ti conduce per un tour urbano. Dalla vetrata si intravede il quartiere indiano. Sporgendosi un po’, si vede un via-vai di negozianti che chiudono le serrande dei bar, mentre quelle dei ristoranti sono già chiuse da un bel po’. L insegna del più celebre fast food mi avvisa che siamo arrivati: Jaures. Senza nulla chiedere in cambio la metropolitana ti porta a destinazione, ti conduce lentamente, con il suo sferragliare, verso i meandri piu intimi di Parigi. Ogni giorno porta, indisturbata, nelle viscere della citta, migliaia di persone, come una compagna di viaggio. Arret jaures ripete l’interfono. Il brusio della gente che parla, e di quella che fa cigolare i sedili pronta a scendere, fa capire che l’austerità che vi e’ nelle strade parigine, a volte, di notte, in certi quartieri, non riesce a tamponare fino in fondo la voglia di vita della gente. Scendo, attraverso il semaforo, passo davanti al caffè Jaurès. La metropolitana continua il suo percorso passando sopra di me e portando la luce dei vagoni verso il XVIII. Un altro prenderà il mio posto, un altro spettatore nella notte.