L’uomo che é riuscito a respingere il deserto


The man who stopped the desert
The man who stopped the desert

Quindici ettari d’oasi in pieno Sahel. A Gourga, nel nord-ovest del Burkina Faso, l’autore di questo miracolo, un piccolo contadino di nome Yacouba Sawadogo, sfida il deserto da più di trent’anni. Ottimizzando i processi d’innesto degli alberi ha, così facendo,  frenato l’avanzare implacabile del deserto ed ha ottenuto il rispetto delle più importanti organizzazioni internazionali. Negli anni ottanta, questo contadino si lamentava dei danni provocati dalla desertificazione nel suo villaggio natale. « Non c’era da mangiare a causa della siccità e l’acqua era molto rara nella nostra comunità, ha spiegato a fine 2011 ai delegati della Convezione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (CLD). Le tecniche agricole utilizzate lasciavano evaporare l’acqua molto facilmente, e le piante appassivano in tempo record. » Il suolo era troppo compatto per poter assorbire le piogge, di conseguenza la vegetazione scompariva ed i raccolti non riuscivano più ad alimentare gli abitanti che, con il passare del tempo, dovevano esiliare, lasciando allo stato brado le culture ancestrali. Tuttavia, è proprio da quest’ultime che si è trovata la soluzione al problema. Yacouba ha dapprima ricostruito i rialzi tradizionali in pietra, che un tempo delimitavano gli appezzamenti di terra e rallentavano lo sgocciolare dell’acqua. Ma, soprattutto, ha apportato delle migliorie alle « zais », ossia dei buchi scavati nella terra utilizzati come bacini per l’acqua piovana, che mantengono il suolo umido e fertile. Yacouma le ha ampliate e riempite con del composto e con della termite. Gli insetti possono, tranquillamente, banchettarvi. Le loro gallerie ed i loro rifiuti organici hanno permesso il resto: la terra si è aerata e arricchita di preziosi componenti nutritivi.  Il livello delle falde freatiche è risalito, gli alberi hanno ricoperto a nuovo il paesaggio ed il rendimento dei cereali ha fatto dimenticare la carestia.

Il successo di Yacouba però, ha riscontrato un certo scetticismo da parte degli altri contadini. Per trasmettere il suo sapere, ha creato i « giorni de mercato », ovvero, due appuntamenti annuali nei quali gli agricoltori di tutto il Sahel si riuniscono per condividere le loro conoscenze. A 60 anni passati ( anche se non sa esattamente quando sia nato), Yacouba Sawadogo percorre molti chilometri in moto per sensibilizzare la popolazione accogliendo i curiosi per il suo nuovo modello di sfruttamento delle terre. « Questa formazione è il punto d’inizio di molti scambi proficui nella regione, ha spiegato. La gente vi si reca per apprendere e diffondere, successivamente, il sapere nei loro villaggi d’origine. In tre decenni, avrebbe così contribuito a ripopolare sei milioni d’ettari nella regione del Sahel, secondo la CLD.

Questo successo ha attirato l’attenzione dei media. Nel 2009, Yacouba ha ricevuto l’onore d’essere il protagonista di un documentario britannico. Diffuso in venti Paesi, « L’uomo che ha arrestato il deserto » ha condotto il contadino burkinabé fino al Campidoglio, a Washington, dopo di ché alla tribuna di CLD, in Corea del Sud. La sua notorietà non ha impedito alle autorità locali di accaparrarsi delle sue terre, già fertili, spiegando che la città vicina, Ouahigouya, ha bisogno di espandersi. Una ingiustizia, denuncia l’ingegnere agricoltore Burkinabé, il quale dovrebbe trovare almeno 100 000 euro per riappropriarsi dei suoi preziosi ettari ormai destinati all’urbanizzazione.

Laure Dubesset-Chatelain

Tiré du magazine « GEO voir le monde autrement » Février 2013 p.20

Traduzione  Autiello Alessandro

Photo Edited by: Autiello  Alessandro

Publicités

Bus numéro 37


Paris

Quest’anno l’estate parigina non è arrivata, anzi, sembra proprio che l’autunno reclami già il suo posto. E’ un pomeriggio uggioso, per me è la prima volta che respiro l’aria umida che invade Parigi. E’ veramente un peccato poiché questa bella città da il meglio di se con sole. Si possono godere tutti i parchi pubblici, les buttes chaumont oppure le parc Monceau, un po’ più piccolo ma ugualmente affascinante. Quello che consiglio di fare, in queste giornate, e’ di prendere un autobus a caso, non importa quale, tanto vi riporterà allo stesso punto di partenza. Inoltre a Parigi è impossibile, o quasi, perdersi poiché si ha una linea di metropolitana ogni 200 metri.

Vi propongo un itinerario. Prendete l’autobus n. 30, vicino al parc Monceau, direzione Gare de l’est. Così facendo potrete passare per l’Arc de Triomphe per poi risalire la città fino al capolina. Le strade sono deserte, ovunque si volga lo sguardo, ci si imbatte in stradine  vuote. Anche passando davanti al più importante monumento parigino il risultato non cambia. Gli unici impavidi si armano di ombrelli, keeway, e di tanta pazienza. Tra questi temerari vi sono piccoli gruppi di turisti giapponesi intenti più a non farsi sfuggire l’ombrello di mano più che ad ammirare le bellezze cittadine. Si muovono compatti come i pinguini nel periodo della covata, tengono gli sguardi ben fissi davanti a loro per non perdere la bandierina rossa della guida, che la sventola come la Marianne nel quadro di Delacroix.

Si passa per rue cardinet. E’ tutto un susseguirsi di palazzi ottocenteschi. oltrepassata questo tratto si entra, di fatto, nel VI arrondissement, borghese, lussuoso, internazionale. Qui vi fioriscono tutte le boutique di alta Moda, Versace, Armani senza contare i ristoranti di lusso che diventano la norma all’avvicinarsi dalla Tour Eiffel.  Attraverso questo quartiere con il mezzo più popolare, più economico, più a contatto con la gente: l’autobus. Arrancante passa il ponte cardinet, vicino alla Gare des Marchandises. Questa stazione fu inaugurata nel 1903 principalmente per la distribuzione del carbone: restò in servizio fino al 1993. Oggi viene utilizzata per la maggiore parte da commercianti asiatici per lo stock di vari prodotti. Appena si passa il ponte una serie di lavori bloccano il traffico, stiamo cambiando arrondissement. Più ci si allontana dai Campi Elisi, più s’intravedono negozi che vendono oggetti di tutti i tipi. Un negozio, giusto vicino alla fermata dell’autobus mi colpisce poiché i prodotti che vende, passeggini e lettini per neonati, si gettano quasi sulla carreggiata, impedendo il passaggio. Nonostante ciò, sembra che nessuno ci faccia caso, schivando bellamente gli “ostacoli”.

Una piccola disputa si accende sull’autobus tra due signori seduti. Sono troppo con centrato per prestare attenzione sul perché della discussione. Gli unici stralci di conversazione che riesco a percepire sono: « Monsieur c’est pas moi, c’est la loi… ». I francesi utilizzano sempre come scudo la legge anche nei rapporti interpersonali, come se un terzo fosse presente per prendere le parti di uno o dell’atro interlocutore. Ovviamente la persona nel dire questa frase alza le spalle come se volesse indicare una verità assoluta.

La vettura sale, ci dirigiamo verso il XVIII arrondissement, situato sulla parte alta della città, da dove si ha un panorama mozzafiato di Parigi: specialmente la sera, quando le luci cominciano ad accendere la Ville lumière. Non c’é da dimenticare che il quartiere di Montmartre, in passato, fu fortino di resistenza durante la Comune de Paris (1971). L’autobus arranca, la gente sale e scende ad ogni fermata, si riempie, sfreccia per le vie che ci circondano il quartiere del XVIII: rue ordener, rue ruisseau. La pioggia ha cessato, ora rimangono solo le nubi ed il grigiore autunnale. Per ingrigire, ancora più quest’atmosfera, ci vieni in aiuto un signore appena salito sull’autobus che, per régler una situazione di conflitto con un altro passeggero,  comincia a  spergiurare con  frasi quali: “Que les animaux prennent l’autre bus”. Riferendosi ad una signora di colore. La gente non reagisce, inerte, come assopita tra una rassegnazione alla ur ignorantia e la sfiducia. Il XVIII entra nel vivo. L’autobus mi mostra al meglio la vita che anima ogni singola via, ogni singolo quartiere, fatto di persone che prendono un semplice mezzo di trasporto, diretti chissà dove. Ogni fermata non é banale come si possa pensare: bensì é una simbiosi di gente, personaggi, più o meno bizzarri, che comunicano e che condividono il quotidiano.

Ogni quartiere ha la sua gente, i propri colori ed i propri problemi. Per esempio, passo davanti alla fermata della linea della metropolitana numero 2: Barbès. Chi conosce Parigi, sà di cosa io stia parlando. Lo scenario che attende tutti i giorni i pendolari all’uscita è sempre lo stesso, uomini di tutte le comunità e di tutte le religioni che vendono, più o meno sottobanco, tabacco, orologi dal dubbio valore commerciale. Adesso il 30 si è svuotato, all’interno, vicino ai sedili, una pubblicità « progresso » incita ad obliterare il biglietto ogni qualvolta si salga a bordo. Devo essere sincero chiunque abbia creato questo slogan avrebbe potuto fare molto di più: dans le bus pour être en règle on vali-bus.

Tra 2 minuti si arriva alla Gare de l’est, indica il tabellone elettronico posto in alto. Infatti, passata la rue 8 Mai 1945, si vede la stazione, con l’insegna tipica della Sncf color rosso ocra. Si scende, On est arrivé. Piccolo squarcio di vita parigina in questa giornata uggiosa.

Gare de l’Est


Gare de l’est

Ho deciso. Oggi non scendo a Gare de l’est. Oggi tiro dritto. Oggi non mi fermo. Non mi alzo dallo « strapuntino » come chiamano in Francia il seggiolino dove ci siete sul vagone della metropolitana. Non chiedo: « pardon, s’il vous plait, Descendez vous à la prochaine? ». Non devo porgere le mie scuse a qualcuno che, in fondo, non mi conosce e che non è minimamente interessato ad ascoltarmi. Lascio che la gente si affolli davanti alle porte automatiche tra calore, spintoni e anziani che sbuffano.

Se osservo meglio, nella métro, c’é sempre qualcuno che, per non sentirsi in imbarazzo davanti alla marcatura stretta del vicino viaggiatore, cerca di fissare il soffitto o il pavimento. Ognuno ha la sua tecnica: chi guarda l’orologio continuamente ogni 5 secondi, altri, invece, chiudono gli occhi e si proiettano in un mondo fantastico spinto dalle note del suo Mp3 che sbattono, inesorabilmente contro la valigetta di chi gli stà accanto.

« Ma quanta gente c’è? Lo sapevo. Ancora una volta sarò in ritardo » lo leggo sull’espressione dipinta sul volto della signora con un quotidiano tra le mani, davanti a me. Come una gare d’atletica leggera i concorrenti si scaldano i muscoli, pronti a scattare al prima movimento dell’avversario e all’apertura delle porte.   » tutti pronti? » e tre, due, uno.. via….

Il metro rallenta, ci siamo quasi. Manca poco e tutto lo stress creato dall’attesa sarà solo un « brutto » ricordo mattutino, fino al prossimo corridoio o alla prossima coincidenza. Oggi non scendo. Cedo il mio posto volentieri a qualcun altro. Rimango seduto. Chiudo gli occhi, alzo il volume del mio Mp3. Una canzone spagnola.

Dopo quasi due anni ho deciso di non scendere più a gare de l’est. Il vuoto che la folla lascia è difficile da colmare perché si porta dietro tutta una routine che ti abitua giorno dopo giorno. Vi consiglio di restare a guardare un vagone che si svuota, subito dopo si e persavi da una strana sensazione. Non bisogna avere paura. La « peur » dura solo qualche istante sul lungo tragitto percorso dal métro.

Basta aspettare qualche fermata istante. Vicino alla Gare d’austerliz la vettura esce allo scoperto: meraviglioso. Tutto s’illumina in questa giornata del nuovo anno.  Una ragazza si siede sulla poltrona accanto, guarda fuori: fissa la Senna che passa sotto di noi, da un’altezza tale che in lontananza si può vedere perfettamente la chiesa di notre dame. Continuo verso le terminus di questa linea. La musica segue il ritmo dei binari. Su un cartello all’entrata della stazione c’è scritto: keep going.
Oggi non scendo a Gare de l’Est, ho molto altro da scoprire, sono troppo curioso per rimanere alle solite abitudini.

Another world nel XIX arrondissement


Sulle quais d’un canale. Una fila di gente che si avvicina al bordo. Un fila di mani aperte sui dei libri. Sono seduto con le gambe incrociate e davanti a me si presenta qualcosa di inedito, che non ho mai visto prima d’ora. Se tendo l’orecchio riesco a distinguere le voci in un brusio che risale il fiume, ma non quello che dicono. Parlano una lingua antica. Sono tutti vestito con abiti eleganti. Chi da solo, chi in compagnia, viene accompagnato da un signore barbuto che legge questo libro tenuto tra le mani tese. Non so esattamente perché tutta questa gente sia scesa fino al fiume per intonare canti e leggere la Torah, però questo insolito spettacolo arricchisce sempre di più questa città métissée.

Tanti giovani, meno giovani, donne o uomini, si stringono in piccoli gruppi di 3 o 4 persone. Al centro v’è un uomo con barbuto che legge ad alta voce come in una messa. Sembrerebbe si tratti di una cerimonia simile alla nostra comunione dove si mostra davanti a dio e davanti ai propri cari che si è testimoni della parola del signore. Tra tutta la folla il mio sguardo viene catturato da una signora vestita con un vestito bianco ed una maglietta crema che, sola, legge alcuni passi della Tora. Concentrata, si confida con sé stessa e con colui che lo ascolta. Dopo una decina di minuti, finito di recitare il passo, si avvicina all’acqua e con un gesto della mano simula di levarsi come della polvere dal vestito nell’acqua. Farfuglia qualche parola, chiude il libro e, in silenzio, si dilegua fino a scomparire tra la folla. Il molo, dove mi sono seduto, non smette di muoversi, mosso dalla corrente e dai bambini, che presi dall’euforia, saltano su e giù dal molo alla banchisa.

Dopo poco, due persone, padre e figlio, scelgono lo stesso posto per iniziare, insieme, questo « rituale ». Il figlio ha difficoltà a trovare la pagina e suo padre, con esperienza, gli indica la linea dove seguire. Con un gesto sembra dirgli:  » guarda è da qui che devi cominciare ». Iniziano a leggere stando vicini gli uni agli altri, poi, inconsciamente ognuno comincia a leggere per conto suo e si discosta leggermente. Tutto viene ripetuto con naturalezza e, assorti in quel che leggono, si isolano.

Dall’altra parte dal molo si sentono suoni di corno, che risuonano per tutto il quartiere XIX di Parigi e urla di gioia di un gruppo di ragazzi pronti a festeggiare da lì a poco. In ben che non si dica il canale si svuota portandosi dietro quell’insolito momento parigino.   La banchisa si svuota. Il sole tramonta ed io attendo che qualcuno mi spieghi.

Rédecouvrir Rabat.. by Hafida


Rédecouvrir Rabat
Rédecouvrir Rabat

L’aereo atterra all’aereoporto di Casablanca alle ore 17.30 del pomeriggio. Giusto il tempo di prendere i bagagli e mi dirigo verso l’uscita: mi guardo attorno e subito impallidisco tale é l’ansia che mi pervade. Tutte le aspettative si accumulano e prendono il sopravvento: fortunatamente l’espressione del mio viso si rasserena solamente quando noto un signore con in mano un foglio con su scritto il mio cognome. Come se qualcosa di famigliare e di rassicurante vi ci fosse rinchiuso. Lui tiene stretto, con una mano, il foglio, come se fosse un bene prezioso, e, per aiutarsi nella ricerca della persona attesa, lo sporge in avanti aspettando che qualcuno gli faccia cenno con il capo. Appena intravedo il mio cognome scritto su quel foglio, non esito un secondo a fargli cenno per fargli capire che sono io la persona attesa. Il signore termina la sua chiamata al cellulare: “ si si é arrivata, saremo li tra un paio d’ore”. Con le valigie al seguito ci dirigiamo verso l’uscita. Esco fuori dall’aereoporto e mi manca il fiato: riconosco i palmeti tipici del mio Paese natio che accompagnano i viali esterni. Il color ambra della terra risalta ancor di più il contrasto con il cielo, azzurro chiaro, come se le due parti fossero cariche, intrise, anch’esse dalla forte voglia di vita che si respira tra la gente.

 Chino la testa e salto in macchina: inizia cosi il viaggio tra Casablanca e Rabat. Imbocchiamo l’autostrada e sfrecchiamo veloci. Per tutta la durata del viaggio non ho potuto fare a meno dall’essere travolta da quello che vedevo. Per esempio, quando cominciammo a percorrere un lungo tratto dove il colore della terra è simile allo zafferano, sul ciglio della strada ci sono bambini che giocano mentre, in mezzo ai campi, i contadini fanno una pausa a causa del sole cocente. Quest’ultimi rimangono seduti a chiaccherare dei tempi giovanili e delle nuove generazioni. Ovviamente dall’auto non ho potuto carpire ogni singolo discorso ma l’espressioni dipinde sui loro volti non lasciano spazio ad altre interpretazioni.

Mi accosto al finestrino come volessi catturare con i miei occhi ogni singolo particolarare che scorre al di fuori della macchina. Non voglio perdere nessun dettaglio, nessuna montagna, nessun colore, come bramosa di continue novità. Mi concentro talmente tanto sul lato destro del finestrino che non faccio caso che d’altra parte, una lunga linea blu delinea un’immensa distesa di mare: l’Oceano Atlantico mi lascia senza parole. Per tutta la durata del viaggio noto che le macchine in circolazione somigliano tutt’altro che a delle vecchie carcasse con 4 ruote, anzi, la quantità di SUV mi ha impressiona. Questo la dice lunga sul costante accesso ai beni di consumo da parte del mondo arabo. In più, la globalizzazione sembra aver messo, anche qui, le sue radici poiché non é difficile incontrare bambini che mangiato un Happy Meal seduti in un Suv guidato da una donna velata. That’s the arab globalisation.

 Dopo un’ora di viaggio, in uno scenario d’altri tempi, il cartello situato sul ciglio della strata indica: Rabat. Usciamo dall’autostrada e prendiamo una via secondaria che ci conduce verso un agglomerato di edifici poco distante. Un lungo viale traversa il quartiere e mi rendo conto che comincia una delle zone più benestanti della città. Per più di un quarto d’ora non ho fatto altro che ammirare le case e gli edifici moderni che regnano in questa parte della città. Rimango attonica ed ammaliata allo stesso memento. Si possono intravedere ville maestose che ricordano una qualche dimora presidenziale mentre altre seguano lo stile nord europeo. Insomma; veramante uno spettacolo imperdibile.

Lo sguardo scorre lento sul panorama. Passiamo davanti a sedi importanti quali: il Ministero della Giustizia, Al Jazeera. Oppure residenze di diplomatici dell’Unione Europea: tutti edifici riadattati allo stile tipico Marocchino. Passati al vaglio uno o due edifici comincio ad annoiarmi un po`fino a quando, l’autista, ferma l’auto davanti ad un caseggiato: siamo arrivi.

Cronaca di un giorno marocchino..

Il grande Buddha raccontato da Augias


I segreti di Parigi
I segreti di Parigi

« Vorrei esplorare, in queste pagine, il Museo Cernuschi, che pochi conoscono e che nasce da circostanze molto avventurose. Si trova ai margini di uno dei più bei giardini di Parigi, racchiuso, quasi pudicamente, tra dignitosissime dimore altoborghesi fin-de-siècle: il Parc Monceau. »… « Il museo, che appartiene al comune di Parigi, raccoglie una splendida collezione di arte orientalista, cinese e giapponese specialmente. In genere, se ne varca la soglia senza chiedersi la ragione di quel nome lombardo nel cuore della capitale francese. Chi era mai Cernuschi per meritare tanto? La risposta non è facile. La guida che si può  acquistare all’ingresso del museo fa solo accenno al fondatore: Henri Cernuschi (1821-1896), finanziere d’origine milanese, compie un viaggio in torno al mondo per dimenticare la Comune avendo, come consigliere artistico, théodore Duret, l’amico degli impressionisti. Poche righe che complicanola situazione anziché semplificarla. »… »La verità è che di Henri Cernuschi quasi nessuno sa più niente; eppure quella impressionante raccolta d’arte orientale fu lui a cominciarla. »… » Quella casa, che è oggi il museo a lui intitolato, bisogna immaginarla nel suo disegno originario, senza cioé le aggiunte successive… » « Prima di arrivare a quella villa lombarda sorta nel cuore di Parigi bisogna però sapere molte altre cose. Per avvicinarsi al mistero di quest’uomo, bisogna conoscerne le attivitò, penetrarne la sua personalità ricca, come vedremo, di autentico genio, ma anche offuscata da parecchie ombre. Da vecchio, Enrico Cenuschi aveva acquistato un aspetto quasi biblico: lunghi capelli, gran barba bianca, occhi vivissimi, leggermente esorbitanti, un’aria tutto sommato saggia, anche se di una saggezza venata d’inquietudine. »… « Nel marzo del 1848, quando Milano insorge, ha ventisette anni. Enrico si batte sulle barricate, ma fa anche molte altre cose: organizza un posto d’osservazione tra le guglie del Duomo, fa forgiare dai maniscalchi i « triboli » per frenare le cariche della cavalleria di Radetzky, divide in squadre i trovatelli (« Martinitt »). ».. »L’anno dopo è a Roma, membro della costituente per la Repubblica romana. »… »Quest’ultima venne schiacciata dall’esercito francese ed Enrico Cernuschi venne arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo a Roma. »… »Rimesso in libertà, il primo agosto 1850 s’imbarca su una « tartana » a Civitavecchia, due giorni dopo è a Tolone, il 22 giunge a Parigi. »… »A Parigi la sua storia cambia e l’intera vicenda s’accelera: misteriosamente (avverbio che impiego a ragion veduta).

Quasi sempre, nella carriera dei grandi finanzieri, dei grandi imprenditori, degli uomini di rapida e inaspettata fortuna, resta misterioso, nascosto o ambiguo il momento iniziale. Chi fornisce il capitale iniziale »..

« Nella vita di Cernuschi gli aspetti poco chiari sono due. Il primo riguarda il momento in cui la sua sorte cambia, il secondo la sua vita amorosa.. Cernuschi non si sposerà né mai avrà figli ».. »L’altro mistero della vita di Cernuschi riguarda infatti proprio il denaro. grazie all’amicizia di alcuni italiani, forse rafforzata, come accennavo, da legami massonici, il suo primo lavoro parigino è un impiego in banca, al « Crédit Mobilier », con uno stipendio mensile di 50 franchi. Poco. Eppure questo « oscuro » impiegato riceve qualche anno più tardi l’incarico delicatissimo, e rischioso, di diventare l’esecutore testamentario di Felice Orsini, l’uomo che il 14 gennaio 1858 aveva attentato alla vita di Napoleone III, mancando l’imperatore ma provocando comunque 8 morti e 150 feriti. »… » In Francia, intanto, l’oscuro impiegato di banca stava acquistando una così grande fama di abile monetarista che Napoleone III fece chiedere la sua consulenza »… »Il 21 maggio 1871 s’imbarca a Marsiglia su una nave diretta in Oriente, accompagnato da Théodore Duret: già sindaco durante l’assedio di Parigi, costui è soprattutto un esperto di orientalistica, e sulla spedizione scriverà il libro Voyage en Asie (Viaggio in Asia, 1874). La fortuna, se posso usare questa parola è ancora una volta dalla parte di Cernuschi. Quando i due viaggiatori sbarcano in Giappone si rendono conto che nel Paese è in pieno svolgimento la guerra del Mikado contro i suoi feudatari. I templi sono deserti, spesso distrutti, i monaci ridotti alla miseria vendono per un boccone di pane ciò che hanno…

Continua a leggere la storia sul libro: « Corrado Augias-I segreti di Parigi-capitolo XV » Best seller Mondadori

Allahu akbar


train-goes-into-tunnel

Il mio vicino di poltrona vuole farsi esplodere, che faccio?.

Sono sul treno 2025, partito da Gare du nord con direzione Lille. Il treno delle 14.19 arriva, puntuale, sul binario 17. La gente aspetta davanti al tabellone luminoso per imboccare la giusta via-ou voie-in francese. Estrazione del numero…un po’ di attesa e via, tutti, in una volta sola, si muovono verso le corrispettive banchine: come un fiume. Chi si trova nel mezzo e’ perduto. Anch’io aspetto l’estrazione del binario:17. Opp on y va. Lo zaino, per essere più comodo, l’ho appoggiato sopra la valigia, peccato che vacilli ad ogni oscillazione o ad ogni buca. Sono sicuro che prima o poi cadrà. Guardo il biglietto: carrozza 16. Con gli occhi scruto il piccolo numero inciso sulle vetture mentre una signora anziana, che scoprirò solo dopo essere nel mio stesso scompartimento, si e’ fermata al primo vagone per leggere il minuscolo numero: il primo vagone e’ l’8.

Salgo, prendo posto ed attendo. Pongo le valigie sul ripiano. Sul biglietto c’è scritto: fenêtre. In fondo al corridoio un uomo con una tunica lunga bianca da un’occhiata prima al biglietto e poi al numero indicato sul sedile. Si avvicina, silenzioso, tranquillo. Mentalmente conto per lui i posti che ci separano:40-38.. 30-29-28…io sono seduto al numero 26. Eccolo, si ferma davanti a me, e dal labiale capisco che e’ arrivato. Mi guarda e mi saluta: « Buonjour ». Contraccambio con il volto rivolto verso il finestrino mentre osservo il paesaggio pronto a scorrere, da li a breve, veloce come tanti fotogrammi. Non ci faccio caso. E’ una persona qualunque. Mi distraggo un po’. Il treno lascia lentamente la Gare. Le prime gocce di pioggia bagnano il finestrino: mi metto le cuffie e, al ritmo di una buona musica etnica, mi addormento un po’. Quello che succede nel mentre non posso ricordarmelo so’ solo che un forte brusio di voci mi sveglia e qualcuno mi tocca la spalla. « Arretez le train! Ou on va tous crever! ». Mi sveglio all’improvviso con il volto assonnato ed emaciato, degno dei peggior risvegli. Dentro di me penso: « ma che diavolo » succede.

L’uomo che sedeva di fianco a me, tranquillo, innocente, ora si trova in piedi in mezzo al corridoio con un detonare in mano. « Ma dov’è andato a finire il signore che mi stava vicino fino a qualche minuto fa ». La risposta e’ semplice: e’ sempre lui ma non e’ più lui. Scruto il fondo del binario e vedo la signora anziana che solo ora raggiunge il suo posto e, incurante della situazione pericolosa, passa davanti al kamikaze. Guardo il mio vicino e gli dico: « Non credo voglia farsi saltare, almeno non ora ». Con un flash mi ricordo il motivo per il quale sono salito su quel treno: il lavoro! La situazione mi aveva fatto dimenticare tutto. Subito la brutta faccia del mio datore mi appare davanti con fare minaccioso e penso: « La prego monsieur Kamikaze, non lo faccia, come faro seno’ a spiegare al mio capo, che già lo vedo con il suo gibbo chino sulla scrivania, che lei si e’ fatto esplodere. Non ho più permessi retribuiti da utilizzare. So già cosa mi risponderà: Signor alexandros questa e’ un’altra delle sue 1000 scuse per non lavorare, il lavoro e’ denaro, il denaro e’ tempo, il tempo e’ lavoro e lei sa cosa voglio dire ».

Sinceramente sin dalla prima volta che ha utilizzato questa frase, per spiegarmi la sua concezione del lavoro, non l’ho mai capita. Le monsieur sembra avermi letto nel pensiero e senza nessun motivo apparente urla: allahu akbar e si getta sul mio sedile. « Lo sapevo che dovevo rinunciare a questo viaggio, quel maledetto con la storia del tempo-denaro mi ha turlupinato, ed ora sono qui. Uff. Lo sapevo, lo sapevo che dovuto prendere l’interregionale, fa più fermate ma almeno sarei stato in salvo. » Con scatto felino, invece di farsi esplodere, mi si risiede accanto e mi dice: « dobbiamo parlare », ed io gli rispondo: « ma perché proprio io, c’è anche la signora miope che ha voglia di scambiare due chiacchere ». « No! sei tu il mio interlocutore » insiste le monsieur.

Iniziamo a parlare ed io, essendo mediatore linguistico, cerco di dissuaderlo dal gesto che vuole compiere. « Non serve a niente farsi esplodere, né a te né tanto meno alla comunità alla quale appartieni. E’ come infangare il lavoro di tanta brava gente che lavora onestamente e lotta con l’intelletto ogni giorno. Non mi fermo più, una strana sensazione mi pervade, comincio a parlare a parlare, non gli lascio un attimo per respirare, neanche il tempo per approvare o meno quello che sto dicendo con un cenno del capo. Suda, è in difficoltà, non ne può più, si sente claustrofobico, chiede, con un gesto del braccio un bicchier d’acqua. Il tempo passa, 5 minuti, 10 minuti, 1 ora..non me ne rendo conto ma sono arrivato: Amiens leggo sul tabellone. Mi volto e le monsieur dorme con il capo chino sulla mia spalla. Tiro un sospiro di sollievo e penso: » l’ho sempre saputo che il dialogo tra le culture funziona sempre! ». Scendo.  Mi fermo davanti alla torre illuminata di Amiens per sistemare la borsa che continua a cadere. Il treno riparte, mi passa accanto e dal vagone sento: »allahu akbar! » ancora! Basta!.

1000 passi dentro un cimitero


Voyage au centre de la terre

1000 passi, li ho contati. Se si percorrono mille passi, dall’entrata del cimitero della Madelaine ad Amiens, una simpatica cittadina del nord della Fancia, poco distante da Parigi, si raggiunge una tomba un pò speciale. Però prima bisogna fare un passo indietro, lasciandone 1001, ed uscire dal cimitero.

E’ una giornata autunnale ad Amiens e siamo ad un centinaio di chilometri da Parigi. Una piccola cittadina medievale con strade molto piccole e case molto basse, tipiche delle città nordiche. Credo che sia una metodologia di costruzione adottata per contenere il calore e non disperdere neanche un prezioso grado, visto che qui le temperature scendono facilmente sotto zero. Sulla salita, che conduce al cimitero, incrocio due signori ai quali chiedo informazioni vista l’assenza di cartelli. « Bonjour Monsieur, est-ce vous savez où je pourrais trouver le cimitière de la Madelaine, s’il vous plait? ». Le monsieur chi mi risponde e’ piuttosto robusto con la faccia da buontempone, gote rosse per il freddo, dentatura a « castoro », con un incisivo che sporge più degli altri dandogli uno strano accento quando parla.  » Oui jeune homme. Vous etez sur le bon chemins. C’est juste en face, pas très loin d’ici. Vous voyez les arbres au fond là bas? » Mi risponde un po’ emozionato, fiero di essere amienois e di accogliermi nel cimitero cittadino.

« Oui je les vois » gli rispondo. « Bha, alors vous connaissez le chemin maintenant, bonne journée? ». Saluto cordialmente i due signori e mi allontano. A dire il vero, somigliano molto a quegli anziani montanari tipici del nord, con le mani gonfie dal lavoro e la voglia di sedersi a tavola davanti ad un buon bicchiere di vino.

Rifaccio un passo in avanti. Eccomi ancora qui lontano 1000 passi. Il cimitero e’ deserto: si capisce che oggi e’ un giorno lavorativo poiché nessuno ha tempo di andare a trovare i suoi cari. Subito si nota che il cimitero e’ stato costruito su una grande collina e dal crématorium partono tanti piccoli sentieri che

finisco per scomparire dietro a tombe o ad alberi messi li come custodi e guardiani. Mi perdo varie volte, tra una salita ed una discesa, tra conigli che passano indisturbati tra i ricordi posati sulle tombe dai cari e tombe scoperchiate o abbandonate. Il signore me lo aveva detto: « troverai una tomba con una statua con il un braccio teso ». Infatti, scruto a desta ed a sinistra e, dietro un cespuglio, tra due alberi, spunta un braccio teso: eccola la tomba che stavo cercando. L’epitaffio recita: ne a Nantes le 8 février 1828-décède a Amiens le 24 Mars 1905″. Per scrivere il mio articolo mi sono seduto su una panchina giusto davanti alla statua. Non c’è nessuno e il fruscio degli alberi incutono un pò di timore nonostante sia mezzogiorno. Mi avvicino per osservarla meglio, ne osservo i dettagli e lo guardo dritto negli occhi. Un uomo sfonda il coperchio della tomba la quale lo divide dal mondo terreno. Il volto, il busto nudo sono già tesi verso la luce. Sulla testa il coperchio in marmo e’ rotto data la foga con la quale quest’uomo reclama il suo diritto ad accedere al Paradiso. Lo si capisce dallo sguardo fisso, diretto, che crea un contatto con il cielo. Il braccio teso con la mano aperta verso l’alto sottolinea, ancor più, questo suo bisogno di lasciare il mondo sotterraneo dove e’ segregato il suo corpo. Sembra cercar pace dopo aver fatto un viaggio al centro della terra. Ne ha scovato i più intimi segreti, descrivendoli al mondo, ed ora, in questo tranquillo cimitero, reclama ai cittadini di Amiens e, a tutti i turisti che oggi hanno disertato la processione silenziosa, la sua voglia di scoprire e descrivere un altro viaggio. Qualcuno vi ha posato dei fiori e delle rose. Io gli dedico un  articolo, un piccolo omaggio per un uomo di fantasia rivoluzionaria. Mi alzo e percorro a ritroso i miei 1000 passi verso l’uscita: lascio Jules Vernes reclamare il suo accesso divino. Spero che possa accedervi per poterci raccontare quello che vede. Le prime gocce bagnano la statua ed esco da questo spazio dove, un uomo, lotta bloccato tra la terra ed il cielo.

La cultura vive nella semplicità dello sguardo

%d blogueurs aiment cette page :