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Vietnam kim phuc? fotamana mon ami


Vietnam L’acqua s’increspa al passaggio dell’imbarcazione. Le onde s’infrangono sulle sponde del fiume. Il riverbero della luce del sole mi impedisce di veder con chiarezza l’incrinatura del versante proprio davanti a me. Sono seduto su un Sampan ed oggi ho deciso di portarvi a visitare il mio quartiere.

Ho vissuto per ben due anni nel quartiere situato nel XIX arrondissement, vale a dire, tutta quella zona compresa tra la Place  Stalingrad ed il Parc de la Villette. Per chi conosce questa parte di città, sa bene che rimane non lontana dal XVIII e dalle zone di spaccio e degradate della Rue de Flandre, fino a raggiungere la fermata della metropolitana blu, Barbès. Nonostante ciò, vi si possono trovare moltissimi piccoli luoghi di ristoro, divertimento, cultura che non hanno molto da invidiare a quartieri più centrali. Infatti, non molto distante da Place Stanligrad, vi si trova uno dei canali più IN ed alternativi di Parigi: il canale Saint-Martin con i suoi negozi tutti colorati dediti alla vendita di dischi ed esposizioni di opere di giovani artisti.

Il quartiere ha molto sofferto negli anni ’80 a causa della crescente urbanizzazione delle periferie parigine ed all’accentrasi di un numero, sempre maggiore, di immigrati provenienti dalle ex-colonie. In questo momento storico, Parigi cerca di creare molto rapidamente edifici e, a volte, interi quartieri dediti ad accogliere questa mole di gente da impiegare nell’industria manifatturiere.

Non é difficile scorgere, passeggiando anche solo sul canale della Loira o della Senna, alti edifici, fatiscenti, progettati in verticale come torri di babele senza riuscire né e toccare Dio né a dare una degna dimora agli abitanti. Proprio sulla Rue de Flandre si trova un complesso di edifici, figlio di un progetto urbanistico che puntava alla creazione di una coesione sociale attraverso l’estetica e la capienza degli edifici. Ovviamente le premesse sono state disattese.

Oggi vorrei proporvi un percorso gastronomico in giro per questo ricco quartiere nel quale coesistono realtà completamente diverse ma facenti parte di una stessa comunità. Per tutti gli amanti delle pietanze tipicamente francesi è d’obbligo fermarsi, dopo un passeggiata sulle « Quais de la Seine », alla Bastringue ( 67 Quais de la Seine, 75019 Paris, France 0033142098927). Se non doveste amare i piatti proposti, sicuramente non potrete rimanere indifferenti dall’arredamento e dell’ambiente festivo, soprattutto nel periodo estivo.

Per gli amanti dei cibi etnici ho due proposte. La prima é un ristorante si trova sulla Rue de Crimée subito dopo un bar che fà angolo. Lo si riconosce perché sulla vetrata all’entrata v’é raffigurato, anzi dipinto, un elefante. Si proprio un elefante. Devo dire che è al quanto curioso di come sia venuto a conoscenza di questo piccolo ristorante. Tutto è successo un giorno, come sempre per caso, quando, avendo un budget limitato ed una fame che mi attanagliava, sono capitato davanti all’unico ristoro aperto: Grillade d’Afrique.

All’inizio ero un po’ titubante poiché non sono qualcuno che si cimenta in avventure gastronomiche così facilmente. Il proprietario è davvero simpatico ed accogliente. Vi consiglio di provare qualcosa di tipico ivoriano. Lasciatevi andare a sapori e ad un ambiente Made in Africa. L’unica pecca è la lentezza del servizio visto che cucinano tutto sul momento.

Percorrendo appena 500 metri si passa dall’Africa al Vietnam senza dover mostrare passaporti ed altri documenti del genere. Ci si incammina verso la chiesa che si trova in mezzo ad una piazzetta che porta un nome che non le si addice: Place de bitche. Una volta superata la chiesa, bisogna continuare per un centinaio di metri e si arriva in Rue Crimée n.176. Avvicinandosi s’intravede l’insegna lampeggiante color rosso con la scritta: « restaurant chinois-vietnemien. » Il brusio della luce ad intermittenza, alla quale mancano alcune lettere della scritta, mi da’ il benvenuto. La luce è alquanto fioca ma sufficientemente forte da illuminare il ciglio della strada. Prima di entrare però, do’ un’occhiata furtiva alla via che conduce verso l’interno del quartiere dove si trovano i caseggiati di rue gresset. E’ una via stretta con balconi molto piccoli e ravvicinati dando l’impressione di toccarsi con la sporgenza dei balconi. Somigliano a molti palazzi della Milano vecchia nonostante l’unica differenza e’ che qui gli sciuri, come vengono soprannominate le persone benestanti a Milano, sembrino non averci mai messo piede. Sulla porta del ristoriante due scritte in cinese accolgono il cliente. La particolarità di questo ristorante è la fredda accoglienza, i tavoli vuoti, e clienti assenti. Allora perché proporlo?

Lo propongo per due ragioni: la prima è il bellissimo dipinto sulla parete del ristorante raffigurante una mito cinese. I colori, e  l’accurato dettaglio del dipinto, fanno sognare. Il tutto accompagnato da una perpetua musica orientale di sottofondo. Il secondo motivo riguarda il cibo. Se posso consigliarvi, sopratutto nelle sere d’inverno, decisamente ordinerei la soupe tonkinoise spéciale, riscarda e riempe.

Tre tappe culinarie per gustarsi un XIX fuori dai percorsi turistici.

« Côtoyer ces hommes, c’est mettre des doutes sur nos certitudes »


Interview à Bruno Zanzottera

Né à Monza. Zanzottera, agé de 55 ans a toujours parcourt le monde en le décrivant à travers la photographie classique, expérimentale. Il a été auteur de plusieurs reportages photographiques spécialisés dans l’ethnographie, la géographie et le sociale. ll a voyagé, dans le monde entier, pour raconter des histoires perdues des tribus locales africaines ou de n’importe quels coins de la planète où, son regard, aurait pû faire la différence. Parmi ces reportages on trouve: “Ashanti, il popolo dell’oro”, “Il voodou sulla Costa degli Schiavi”, “Le architetture in fango dell’Africa Occidentale”, “Ol Doinyo Lengai, la montagna divina dei Masai”, “Mongolia, i cacciatori con le aquile kazaki”, “Patagonia, nel mondo di Francisco Coloane”.

Actuellement il travail pour des magasines italiens: »Gulliver », « Airone », “Itinerari e luoghi”, “Panorama Travel”, “Luoghi dell’Infinito”.

L’uomo che é riuscito a respingere il deserto


The man who stopped the desert
The man who stopped the desert

Quindici ettari d’oasi in pieno Sahel. A Gourga, nel nord-ovest del Burkina Faso, l’autore di questo miracolo, un piccolo contadino di nome Yacouba Sawadogo, sfida il deserto da più di trent’anni. Ottimizzando i processi d’innesto degli alberi ha, così facendo,  frenato l’avanzare implacabile del deserto ed ha ottenuto il rispetto delle più importanti organizzazioni internazionali. Negli anni ottanta, questo contadino si lamentava dei danni provocati dalla desertificazione nel suo villaggio natale. « Non c’era da mangiare a causa della siccità e l’acqua era molto rara nella nostra comunità, ha spiegato a fine 2011 ai delegati della Convezione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (CLD). Le tecniche agricole utilizzate lasciavano evaporare l’acqua molto facilmente, e le piante appassivano in tempo record. » Il suolo era troppo compatto per poter assorbire le piogge, di conseguenza la vegetazione scompariva ed i raccolti non riuscivano più ad alimentare gli abitanti che, con il passare del tempo, dovevano esiliare, lasciando allo stato brado le culture ancestrali. Tuttavia, è proprio da quest’ultime che si è trovata la soluzione al problema. Yacouba ha dapprima ricostruito i rialzi tradizionali in pietra, che un tempo delimitavano gli appezzamenti di terra e rallentavano lo sgocciolare dell’acqua. Ma, soprattutto, ha apportato delle migliorie alle « zais », ossia dei buchi scavati nella terra utilizzati come bacini per l’acqua piovana, che mantengono il suolo umido e fertile. Yacouma le ha ampliate e riempite con del composto e con della termite. Gli insetti possono, tranquillamente, banchettarvi. Le loro gallerie ed i loro rifiuti organici hanno permesso il resto: la terra si è aerata e arricchita di preziosi componenti nutritivi.  Il livello delle falde freatiche è risalito, gli alberi hanno ricoperto a nuovo il paesaggio ed il rendimento dei cereali ha fatto dimenticare la carestia.

Il successo di Yacouba però, ha riscontrato un certo scetticismo da parte degli altri contadini. Per trasmettere il suo sapere, ha creato i « giorni de mercato », ovvero, due appuntamenti annuali nei quali gli agricoltori di tutto il Sahel si riuniscono per condividere le loro conoscenze. A 60 anni passati ( anche se non sa esattamente quando sia nato), Yacouba Sawadogo percorre molti chilometri in moto per sensibilizzare la popolazione accogliendo i curiosi per il suo nuovo modello di sfruttamento delle terre. « Questa formazione è il punto d’inizio di molti scambi proficui nella regione, ha spiegato. La gente vi si reca per apprendere e diffondere, successivamente, il sapere nei loro villaggi d’origine. In tre decenni, avrebbe così contribuito a ripopolare sei milioni d’ettari nella regione del Sahel, secondo la CLD.

Questo successo ha attirato l’attenzione dei media. Nel 2009, Yacouba ha ricevuto l’onore d’essere il protagonista di un documentario britannico. Diffuso in venti Paesi, « L’uomo che ha arrestato il deserto » ha condotto il contadino burkinabé fino al Campidoglio, a Washington, dopo di ché alla tribuna di CLD, in Corea del Sud. La sua notorietà non ha impedito alle autorità locali di accaparrarsi delle sue terre, già fertili, spiegando che la città vicina, Ouahigouya, ha bisogno di espandersi. Una ingiustizia, denuncia l’ingegnere agricoltore Burkinabé, il quale dovrebbe trovare almeno 100 000 euro per riappropriarsi dei suoi preziosi ettari ormai destinati all’urbanizzazione.

Laure Dubesset-Chatelain

Tiré du magazine « GEO voir le monde autrement » Février 2013 p.20

Traduzione  Autiello Alessandro

Photo Edited by: Autiello  Alessandro