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Allahu akbar


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Il mio vicino di poltrona vuole farsi esplodere, che faccio?.

Sono sul treno 2025, partito da Gare du nord con direzione Lille. Il treno delle 14.19 arriva, puntuale, sul binario 17. La gente aspetta davanti al tabellone luminoso per imboccare la giusta via-ou voie-in francese. Estrazione del numero…un po’ di attesa e via, tutti, in una volta sola, si muovono verso le corrispettive banchine: come un fiume. Chi si trova nel mezzo e’ perduto. Anch’io aspetto l’estrazione del binario:17. Opp on y va. Lo zaino, per essere più comodo, l’ho appoggiato sopra la valigia, peccato che vacilli ad ogni oscillazione o ad ogni buca. Sono sicuro che prima o poi cadrà. Guardo il biglietto: carrozza 16. Con gli occhi scruto il piccolo numero inciso sulle vetture mentre una signora anziana, che scoprirò solo dopo essere nel mio stesso scompartimento, si e’ fermata al primo vagone per leggere il minuscolo numero: il primo vagone e’ l’8.

Salgo, prendo posto ed attendo. Pongo le valigie sul ripiano. Sul biglietto c’è scritto: fenêtre. In fondo al corridoio un uomo con una tunica lunga bianca da un’occhiata prima al biglietto e poi al numero indicato sul sedile. Si avvicina, silenzioso, tranquillo. Mentalmente conto per lui i posti che ci separano:40-38.. 30-29-28…io sono seduto al numero 26. Eccolo, si ferma davanti a me, e dal labiale capisco che e’ arrivato. Mi guarda e mi saluta: « Buonjour ». Contraccambio con il volto rivolto verso il finestrino mentre osservo il paesaggio pronto a scorrere, da li a breve, veloce come tanti fotogrammi. Non ci faccio caso. E’ una persona qualunque. Mi distraggo un po’. Il treno lascia lentamente la Gare. Le prime gocce di pioggia bagnano il finestrino: mi metto le cuffie e, al ritmo di una buona musica etnica, mi addormento un po’. Quello che succede nel mentre non posso ricordarmelo so’ solo che un forte brusio di voci mi sveglia e qualcuno mi tocca la spalla. « Arretez le train! Ou on va tous crever! ». Mi sveglio all’improvviso con il volto assonnato ed emaciato, degno dei peggior risvegli. Dentro di me penso: « ma che diavolo » succede.

L’uomo che sedeva di fianco a me, tranquillo, innocente, ora si trova in piedi in mezzo al corridoio con un detonare in mano. « Ma dov’è andato a finire il signore che mi stava vicino fino a qualche minuto fa ». La risposta e’ semplice: e’ sempre lui ma non e’ più lui. Scruto il fondo del binario e vedo la signora anziana che solo ora raggiunge il suo posto e, incurante della situazione pericolosa, passa davanti al kamikaze. Guardo il mio vicino e gli dico: « Non credo voglia farsi saltare, almeno non ora ». Con un flash mi ricordo il motivo per il quale sono salito su quel treno: il lavoro! La situazione mi aveva fatto dimenticare tutto. Subito la brutta faccia del mio datore mi appare davanti con fare minaccioso e penso: « La prego monsieur Kamikaze, non lo faccia, come faro seno’ a spiegare al mio capo, che già lo vedo con il suo gibbo chino sulla scrivania, che lei si e’ fatto esplodere. Non ho più permessi retribuiti da utilizzare. So già cosa mi risponderà: Signor alexandros questa e’ un’altra delle sue 1000 scuse per non lavorare, il lavoro e’ denaro, il denaro e’ tempo, il tempo e’ lavoro e lei sa cosa voglio dire ».

Sinceramente sin dalla prima volta che ha utilizzato questa frase, per spiegarmi la sua concezione del lavoro, non l’ho mai capita. Le monsieur sembra avermi letto nel pensiero e senza nessun motivo apparente urla: allahu akbar e si getta sul mio sedile. « Lo sapevo che dovevo rinunciare a questo viaggio, quel maledetto con la storia del tempo-denaro mi ha turlupinato, ed ora sono qui. Uff. Lo sapevo, lo sapevo che dovuto prendere l’interregionale, fa più fermate ma almeno sarei stato in salvo. » Con scatto felino, invece di farsi esplodere, mi si risiede accanto e mi dice: « dobbiamo parlare », ed io gli rispondo: « ma perché proprio io, c’è anche la signora miope che ha voglia di scambiare due chiacchere ». « No! sei tu il mio interlocutore » insiste le monsieur.

Iniziamo a parlare ed io, essendo mediatore linguistico, cerco di dissuaderlo dal gesto che vuole compiere. « Non serve a niente farsi esplodere, né a te né tanto meno alla comunità alla quale appartieni. E’ come infangare il lavoro di tanta brava gente che lavora onestamente e lotta con l’intelletto ogni giorno. Non mi fermo più, una strana sensazione mi pervade, comincio a parlare a parlare, non gli lascio un attimo per respirare, neanche il tempo per approvare o meno quello che sto dicendo con un cenno del capo. Suda, è in difficoltà, non ne può più, si sente claustrofobico, chiede, con un gesto del braccio un bicchier d’acqua. Il tempo passa, 5 minuti, 10 minuti, 1 ora..non me ne rendo conto ma sono arrivato: Amiens leggo sul tabellone. Mi volto e le monsieur dorme con il capo chino sulla mia spalla. Tiro un sospiro di sollievo e penso: » l’ho sempre saputo che il dialogo tra le culture funziona sempre! ». Scendo.  Mi fermo davanti alla torre illuminata di Amiens per sistemare la borsa che continua a cadere. Il treno riparte, mi passa accanto e dal vagone sento: »allahu akbar! » ancora! Basta!.

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