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La cultura latente


Molto spesso mi fermo a pensare agli studi che ho fatto fino ad ora. Penso a tutte quelle ore passate ad ascoltare seminari ed interventi su come si possa vivere in un sistema multiculturale integrato. Ho letto vari libri che presentano al lettore svariate teorie su questo  argomento. Nonostante, a volte, creino ragionamenti troppo complessi, lungi dalla realtà.

Quest’ultimi, mostrano un mondo fittizio ed irreale che la nostra società dovrebbe raggiungere, dimenticando la concretezza e l’applicabilità di tali progetti.

Ripeto tra me e me a bassa voce, quasi come una cantilena questa parola: « cultura ». Più la ripeto a labbra serrate e più mi si fa buio attorno tanto é il suo essere poco definibile. La cultura per me  si riferisce a qualcosa di estremamente personale, ossia, molto più vicine all’insieme delle esperienze che ti coinvolgono durante la vita, che di qualcosa di prestabilito dalla società.

Penso che la vera cultura, della quale si è portatori sani, la si scopre andando a vivere all’estero. Bisognare testare su se stessi per poter togliere ogni mediazione, filtro da parte di qualcuno. Per questo Parigi,  e’ stata, per me, il centro di tutto. Un’ecosistema multiculturale forzato per legge, imposto, a volte nascosto quando si tratta di mostrare i problemi che la Francia deve superare in questo senso. « Caché » o deformato In nome della difesa dell’equilibro interno alla società o per  proteggere la definizione stessa d’identità francese. Molte volte viene nascosto come si nasconderebbe il proprio nome inciso sulla colonna infame.

Fortunatamente le politiche d’integrazione messe in atto dai vari governi negl’ultimi 20 anni stanno dando i primi risultati tangibili, ossia si comincia a criticare un po’ di più questo modello d’integrazione lasciando spazio ad un vero dibattito basato su come  la società dovrebbe essere concepita includendo tutti.

Quest’avventura mi ha aperto ad un nuovo mondo, che mette in discussione molti dei punti sui quali prima affermavo o smentivo tutto quello che era concesso in ambito di politiche d’integrazione.

Ora vivo in prima persona questa realtà che mi mostra lati intimi che non si leggono sui giornali e non si vedono in reportage di due minuti alle televisione. Questo è una lotta intérieure poiché, nonostante io stia qui a scoprire l’altro in tutte le sue forme, vedo che ogni giorno si svela sempre di più qualcosa di me che non conoscevo. Qualcosa che è latente. Qualcosa d’istintivo che solo uno straniero riesce a percepire e intendere. La particolarità di questa « cultura latente » è quella di mostrarsi solo in alcune situazioni precise, come un istinto primordiale pronto a difendere il tuo essere. Nonostante si pensi di non avere dei preconcetti culturali, ci sbagliamo, anzi essi spuntano fuori come degli aculei.

Mi riferisco anche a quelle persone più aperte di spirito. È difficile vedere la nostra postura culturale ossia quanto siamo inclini o meno verso il modello culturale propostoci dalla nostra società. Pensiamo sempre di essere obiettivi, di vivere nel credo del super partes che si rivela finto ed effimero, fondato solo ed esclusivamente sulla nostra concezione della realtà. Basta cambiare società e tutto si rimette in discussione.

Nessuno lo e’, tanto meno io, poiché scegliamo quello che vediamo. Quando si esce dall’ambiente dove si nasce si perde quasi tutto, dalle relazioni umane, che fino ad ora avevano caratterizzato la propria vita sociale fatta di riti ed usanze, alla vita quotidiana. Quando si passa il confine é come se si entrasse dentro ad una grande macchina a raggi X, come quelle che vengono utilizzate per la TAC. Le situazioni, la gente, la nuova cultura stimola i tuoi più primordiali istinti, bisogni e, come uscita dal nulla, eccola, fatta di portanti, giunture, la tua struttura culturale affiora e si manifesta con le sue mille sfaccettature.

Se fossimo in una stanza oscura se ne vedrebbero le linee che, unendosi le une alle altre, formano il tuo senso critico. Si potrebbe intravederle come luci fosforescenti delimitanti il tuo corpo. Solo quando tutto intorno a te è buio allora si scopre un mondo. Tutto diventa eternamente relativo. Per esempio, la nostra concezione di famiglia, sesso, fede, educazione diventa precaria. È la nostra percezione della realtà che cambia e con essa cambiano tutti quei comportamenti che ad essa sono connessi.

La cultura latente ci svela chi noi siamo e ci costringe a fare un lavoro di auto-critica. Siete pronti?

Pubblicato il: 14 giugno 2011 @ 15:49
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Ho 3 mesi di vita



Ore x del giorno z. Mi alzo, ciabatte ai piedi, un pò assonnato mi dirigo verso la porta. La cucina è giusto dietro lo stipite. Accendo la radio: « Bonjour à tous, bienvenue sur notre émission, ce matin on va parler… ». Prendo la moka tra le mani e preparo il caffè. La giusta quantità d’acqua e la giusta quantità di caffè per cominciare al meglio la giornata. Mi distraggo qualche secondo, sfoglio il giornale Le monde, sezione actualité… In sottofondo una cronista intervista il suo invitato :« Mr. Hassim qu’est-ce que vous pensez des récentes révoltes en »….

« boff je ne sais pas, à mon avis ils ont tous tort.. », risponde l’invitato. L’aroma del caffè comincia a pervade la cucina e mi avvolge. Il caffè è quasi pronto. Mi affaccio alla vetrata che dà sul balcone: oggi il cielo non promette niente di buono. Il caffè è salito e fuoriesce dalla moka sporcando il ripiano. Appena mi volto, per prendere la tazza, mi rendo conto che sul ripiano vicino al lavandino, prima vuoto, ora c’è una torta. Mi sorprende e allo stesso tempo m’inquieta e penso: « ma non c’era niente prima. Com e’ possibile? ».

« Maintenant on vous laisse au Tube de l’été, seulement pour vous on radio Nrj! ». Mi avvicino per capire se sia reale o se sia un sogno. La torta, con la sua glassa bianca e uno strato di cioccolato, è molto invitante ma questo non mi rincuora molto. Sulla superficie v’è una scritta: « Tanti auguri per i tuoi 3 mesi di vita con 3 candeline spente. L’accentino non tarda ad apparire li dove, vicino al cassetto delle posate, non c’era niente. In casa non c’è nessuno. Chi sarà stato?. Il panico comincia a prendere il sopravvento. Comincio a sudare freddo e a perdere la cognizione dello spazio…bip bip.. Cos è stato?.. Bip bip. Mi sveglio di soprassalto, tutto sudato, respiro a grandi boccate, come se non avessi inalato aria da anni. La sveglia suona sul comodino, bip bip: la spengo. Come al solito mi alzo, m’infilo le ciabatte, dò un’occhiata fuori dalla finestra e mi dirigo verso il bagno. Nel mentre penso: « wow che incubo, mi sembrava di essere claustrofobico! ». Apro la porta della camera e, senza farci troppo attenzione, quasi come un rito scaramantico, guardo la cucina che è sulla mia destra. Tavola vuota, piatti nel lavabo sporchi come al solito e sul ripiano nessuna torta malefica. Sorrido e scruto l’ultima parte della cucina dove normalmente, su una mensola in legno fissa nel muro, mangio. Vedo qualcosa, mi avvicino, e trovo una busta chiusa con su scritto: « Pour toi! ». La apro e trovo scritta una semplice domanda: come ci si sente ad avere 3mesi di vita?. Senza rendermene conto svengo. Non so chi abbia messo lì quella lettera e, benché meno, perché voglia sapere, da me, come mi senta.

I giorni passano ed ho sempre in mente quella semplice domanda: come ci si sente ad avere 3mesi di vita.  Ho riflettuto molto e questo mi ha portato ad osservare la realtà nella quale vivo ora. La realtà parigina. I tre mesi di vita, citati nella lettera, coincidono con il mio arrivo a Parigi. Penso e ripenso come se dovessi risolvere un tranello: ma i mesi non si riferiscono solo al tempo trascorso qui bensì all’età mentale che ho ora. Io ho 3mesi di vita. Proprio così. Quando si e’ all’estero si dimentica quasi tutto, o meglio, si fa tabula rasa di tutti quelle conoscenze e gesti che erano utili nel tuo Paese di origine ma, una volta messo piede qui, si devo ricominciare da 0. Molte volte mi sento come un infante, apprendo parole nuove ogni giorno per arricchire il mio vocabolario e, come per magia, vedo che i miei discorsi si articolano sempre di più. Da semplice bla bla di 3 mesi fa a frasi che cominciano ad aver una loro struttura e senso. Per esempio, la prima settimana sono andato in una trattoria cinese per mangiare qualcosa, fino a qui niente di male, peccato che la signora peccasse del suo « leggero » accento cinese, ed io, non capendo niente, sono ricorso ai gesti, proprio come un bambino. Alla fine ho mangiato ma non quello che avrei voluto. Quando parlo con i ragazzi della mia età, aver 3mesi di vita mi aiuterebbe molto, invece, parto da meno 25anni. Io, « straniero », non ho condiviso le loro infanzie ed, ad ogni battuta tipo: »assomigli a tizio o a caio », oppure, « canta come quel cantante degli anni 80.. »e tutti ridono mentre io, come in un coitus interructus, rido ma non capisco il perché e mi perdo il gusto della battuta. È come essere nati su treno che viaggia rapido, apri gli occhi e il paesaggio scorre rapido impedendoti di trovare punti stabili. Ma avere 3mesi di vita ha i suoi lati positivi. Si ha la possibilità di crearsi una « nuova immagine ». Si scelgono le persone con le quali si vuole stare. Si testa qualsiasi nuova situazione « avec la bouche et les mains« . Si è spesso diffidenti ed ingenui allo stesso tempo. Dove gli altri sono annoiati io trovo  tutto molto interessante. È come una carica emotiva fortissima! Ancora una volta mi domando chi sia stato a posare quella lettera: forse non lo saprò mai però posso certamente rispondere che, ad avere 3mesi di vita, c’è molto più da guadagnare che da perdere. Sono pronto per festeggiare il mio 4 mese più curioso ed ingenuo che mai.

Paris d’América (It) (Fr)


Parigi d’América, punto. Bélem, nascosta dietro la foce del fiume Amazzonia,  riposa un sogno solitario.

Nata da un progetto bellico di difesa del territorio da parte dei portoghesi in contrapposizione ai Francesi, pronti a lasciare lo Stato del Maranão per entrare nel Pará. Francesi contro portoghesi,  portoghesi contro índios Xucurus.  Un tutti contro tutti che ha dato vita alla città più moderna del Brasile di quella epoca.

Belém. Parigi d’America. Questa principessina viziata, elogiata, corteggiata é diventata presto una prostituta abbandonata. Di quella che, guardandola bene negli occhi, con una luce illuminando il volto, percepisci  un’immagine di donna rinchiusa nei suoi ricordi.

Parigi d’America sembra dissonante, strano. Questo nome lo dobbiamo al progetto urbanistico di Antonio Lemos (1902), maranaense emigrato durante la belle époque, qui nella capitale paraense; con l’idea di costruire la Petite Paris. Ma, per me, non é tanto una dissonanza fonica bensí una richiamo constante nella mia vita. Pa-ri-gi. Francia. Tante volte pronunciata nella mia vita. Tante volte simbolo di successo e delusioni. Pa-ri-gi.  Mi vengono in mente, rue Jean jaurès, la villette, stalingrad, pigalle, la panetteria nel sottosuolo della stazione di Gare du Nord. Pa-ri-gi. Gelo mattutino che penetra nella pelle. Saluti cordiali quasi mai ricambiati.

Pa-ri-gi, battendo il palmo della mano, pronuncio ogni sillaba attentamente. Ad ogni battito un’immagine differente rinasce. Come quel canta-autore francese, Oxomo, nel suo ultimo video clip. Girato davanti alla chiesa più conosciuta di Parigi, Sacre coeur. Lui ripete Panam, ossia il nome dell’antica città Lutezia riconvertito nel più moderno verlen. Pa pa panam, panam pam pam. Io ripeto Pa-pa-pa-ri-gi.

Le parole si uniscono e si trasformano, come il tempo e la storia trasformano le città, vittime del proprio successo o della propria incapacità di rinnovarsi. Quello che vorrei sapere é se Bélem si é persa nei meandri della storia o si sta ritrovando. Stà ritrovando quel contatto con l’ambiente che la circonda. Quella forza della natura possente, inarrestabile, incessante. Quella forza che sembra rivendicare il suo ruolo espulsando ogni accenno a cultura « straniera » che qui é stata imposta. Basta guardare gli edifici abbandonati. Il « mato », ovvero la foresta, riprende, riempie lo spazio lasciato dagli uomini. L’uomo costruisce e, la natura, come una grande madre paziente, riprende.

Avenida Nazaré, Edificio Emanuel Pinto, Icoaraci, Guamá, Tamoios sono solo alcuni esempi di questa mistura culturale.

Belém ore, 7.55. Studenti entrando nella IEP, antico giornale di Antonio Lemos, sotto la protezione di due grandi « magueiras ».

Paris d’Amérique (Fr)

Paris d’Amérique, point à la ligne.

Bélem, cachée derriére l’embouchure du fleuve Amazonea, répose d’un rêve solitaire.

Cette ville, née à partir d’une stratégie de défense du territoire portugais contre l’invasion française depuis l’état du Maranão, se voit engagée dans la bataille depuis ses premiers moments. L’armée française déjà prête à rentrer au Pará avec sa puissance militaire. Cette situation instable a amené à un affrontement brutal entre les deux nations.

D’un coté, les français luttent contre les portugais, de l’autre, les portugais font face aux indios Xuxurus. C’est ce « tous contre tous » qui a donné vie à cette ville isoleé, qui a été la plus moderne du Brésil pendant des siècles.

Belém. Paris d’Amérique. Cette petite princesse gatée, seduite… Continue..

 

DO ROLEZINHO: A QUEM INTERESSAR POSSA (rio de janeiro)



Rolezinho na Biblioteca! Seguindo o conselho da amiga Nilma … Seria bem mais revolucionário se o tal ROLEZINHO, dos jovens que se sentem excluídos, fosse um belo passeio pela leitura, em todas as bibliotecas do Brasil! Seria lindo de ver, jovens invadindo as bibliotecas, lendo livros por todas as partes do lugar, sonhando e se armando para a verdadeira mudança. Seria uma ação mais concreta, mais objetiva, pois no « templo do consumo » não habita a mudança.  » Ah, mas como esperar um comportamento tão elitizado de pessoas tão pobres e esquecidas? », diz o velho discurso do « coitadinho ». Então quer dizer que pobreza significa incapacidade cognitiva e impotência no agir e pensar? Por favor!!! Prestem atenção, « jovens excluídos », vossa causa é legítima, mas sua ação não o é. Sejam espertos. O « sistema » não está interessado na sua causa, mas no seu espetáculo. Um espetáculo, de preferência, que seja circense, como o que vocês estão oferecendo na arena capitalista. Sim, o ROLEZINHO, é uma versão contemporânea do antigo e bizarro CIRCO DOS HORRORES, cujas criaturas bestiais são vocês, jovens da periferia, que não fazem mais que reforçar seus estigmas sabiamente construídos e cristalizados pelas elites há tempos. A energia da revolta seria mais útil, se usada com inteligência. A grande revolução de hoje, meus jovens amigos, é a revolução da consciência.
  By Sheila

Vietnam kim phuc? fotamana mon ami


Vietnam L’acqua s’increspa al passaggio dell’imbarcazione. Le onde s’infrangono sulle sponde del fiume. Il riverbero della luce del sole mi impedisce di veder con chiarezza l’incrinatura del versante proprio davanti a me. Sono seduto su un Sampan ed oggi ho deciso di portarvi a visitare il mio quartiere.

Ho vissuto per ben due anni nel quartiere situato nel XIX arrondissement, vale a dire, tutta quella zona compresa tra la Place  Stalingrad ed il Parc de la Villette. Per chi conosce questa parte di città, sa bene che rimane non lontana dal XVIII e dalle zone di spaccio e degradate della Rue de Flandre, fino a raggiungere la fermata della metropolitana blu, Barbès. Nonostante ciò, vi si possono trovare moltissimi piccoli luoghi di ristoro, divertimento, cultura che non hanno molto da invidiare a quartieri più centrali. Infatti, non molto distante da Place Stanligrad, vi si trova uno dei canali più IN ed alternativi di Parigi: il canale Saint-Martin con i suoi negozi tutti colorati dediti alla vendita di dischi ed esposizioni di opere di giovani artisti.

Il quartiere ha molto sofferto negli anni ’80 a causa della crescente urbanizzazione delle periferie parigine ed all’accentrasi di un numero, sempre maggiore, di immigrati provenienti dalle ex-colonie. In questo momento storico, Parigi cerca di creare molto rapidamente edifici e, a volte, interi quartieri dediti ad accogliere questa mole di gente da impiegare nell’industria manifatturiere.

Non é difficile scorgere, passeggiando anche solo sul canale della Loira o della Senna, alti edifici, fatiscenti, progettati in verticale come torri di babele senza riuscire né e toccare Dio né a dare una degna dimora agli abitanti. Proprio sulla Rue de Flandre si trova un complesso di edifici, figlio di un progetto urbanistico che puntava alla creazione di una coesione sociale attraverso l’estetica e la capienza degli edifici. Ovviamente le premesse sono state disattese.

Oggi vorrei proporvi un percorso gastronomico in giro per questo ricco quartiere nel quale coesistono realtà completamente diverse ma facenti parte di una stessa comunità. Per tutti gli amanti delle pietanze tipicamente francesi è d’obbligo fermarsi, dopo un passeggiata sulle « Quais de la Seine », alla Bastringue ( 67 Quais de la Seine, 75019 Paris, France 0033142098927). Se non doveste amare i piatti proposti, sicuramente non potrete rimanere indifferenti dall’arredamento e dell’ambiente festivo, soprattutto nel periodo estivo.

Per gli amanti dei cibi etnici ho due proposte. La prima é un ristorante si trova sulla Rue de Crimée subito dopo un bar che fà angolo. Lo si riconosce perché sulla vetrata all’entrata v’é raffigurato, anzi dipinto, un elefante. Si proprio un elefante. Devo dire che è al quanto curioso di come sia venuto a conoscenza di questo piccolo ristorante. Tutto è successo un giorno, come sempre per caso, quando, avendo un budget limitato ed una fame che mi attanagliava, sono capitato davanti all’unico ristoro aperto: Grillade d’Afrique.

All’inizio ero un po’ titubante poiché non sono qualcuno che si cimenta in avventure gastronomiche così facilmente. Il proprietario è davvero simpatico ed accogliente. Vi consiglio di provare qualcosa di tipico ivoriano. Lasciatevi andare a sapori e ad un ambiente Made in Africa. L’unica pecca è la lentezza del servizio visto che cucinano tutto sul momento.

Percorrendo appena 500 metri si passa dall’Africa al Vietnam senza dover mostrare passaporti ed altri documenti del genere. Ci si incammina verso la chiesa che si trova in mezzo ad una piazzetta che porta un nome che non le si addice: Place de bitche. Una volta superata la chiesa, bisogna continuare per un centinaio di metri e si arriva in Rue Crimée n.176. Avvicinandosi s’intravede l’insegna lampeggiante color rosso con la scritta: « restaurant chinois-vietnemien. » Il brusio della luce ad intermittenza, alla quale mancano alcune lettere della scritta, mi da’ il benvenuto. La luce è alquanto fioca ma sufficientemente forte da illuminare il ciglio della strada. Prima di entrare però, do’ un’occhiata furtiva alla via che conduce verso l’interno del quartiere dove si trovano i caseggiati di rue gresset. E’ una via stretta con balconi molto piccoli e ravvicinati dando l’impressione di toccarsi con la sporgenza dei balconi. Somigliano a molti palazzi della Milano vecchia nonostante l’unica differenza e’ che qui gli sciuri, come vengono soprannominate le persone benestanti a Milano, sembrino non averci mai messo piede. Sulla porta del ristoriante due scritte in cinese accolgono il cliente. La particolarità di questo ristorante è la fredda accoglienza, i tavoli vuoti, e clienti assenti. Allora perché proporlo?

Lo propongo per due ragioni: la prima è il bellissimo dipinto sulla parete del ristorante raffigurante una mito cinese. I colori, e  l’accurato dettaglio del dipinto, fanno sognare. Il tutto accompagnato da una perpetua musica orientale di sottofondo. Il secondo motivo riguarda il cibo. Se posso consigliarvi, sopratutto nelle sere d’inverno, decisamente ordinerei la soupe tonkinoise spéciale, riscarda e riempe.

Tre tappe culinarie per gustarsi un XIX fuori dai percorsi turistici.

« Côtoyer ces hommes, c’est mettre des doutes sur nos certitudes »


Interview à Bruno Zanzottera

Né à Monza. Zanzottera, agé de 55 ans a toujours parcourt le monde en le décrivant à travers la photographie classique, expérimentale. Il a été auteur de plusieurs reportages photographiques spécialisés dans l’ethnographie, la géographie et le sociale. ll a voyagé, dans le monde entier, pour raconter des histoires perdues des tribus locales africaines ou de n’importe quels coins de la planète où, son regard, aurait pû faire la différence. Parmi ces reportages on trouve: “Ashanti, il popolo dell’oro”, “Il voodou sulla Costa degli Schiavi”, “Le architetture in fango dell’Africa Occidentale”, “Ol Doinyo Lengai, la montagna divina dei Masai”, “Mongolia, i cacciatori con le aquile kazaki”, “Patagonia, nel mondo di Francisco Coloane”.

Actuellement il travail pour des magasines italiens: »Gulliver », « Airone », “Itinerari e luoghi”, “Panorama Travel”, “Luoghi dell’Infinito”.

L’uomo che é riuscito a respingere il deserto


The man who stopped the desert
The man who stopped the desert

Quindici ettari d’oasi in pieno Sahel. A Gourga, nel nord-ovest del Burkina Faso, l’autore di questo miracolo, un piccolo contadino di nome Yacouba Sawadogo, sfida il deserto da più di trent’anni. Ottimizzando i processi d’innesto degli alberi ha, così facendo,  frenato l’avanzare implacabile del deserto ed ha ottenuto il rispetto delle più importanti organizzazioni internazionali. Negli anni ottanta, questo contadino si lamentava dei danni provocati dalla desertificazione nel suo villaggio natale. « Non c’era da mangiare a causa della siccità e l’acqua era molto rara nella nostra comunità, ha spiegato a fine 2011 ai delegati della Convezione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (CLD). Le tecniche agricole utilizzate lasciavano evaporare l’acqua molto facilmente, e le piante appassivano in tempo record. » Il suolo era troppo compatto per poter assorbire le piogge, di conseguenza la vegetazione scompariva ed i raccolti non riuscivano più ad alimentare gli abitanti che, con il passare del tempo, dovevano esiliare, lasciando allo stato brado le culture ancestrali. Tuttavia, è proprio da quest’ultime che si è trovata la soluzione al problema. Yacouba ha dapprima ricostruito i rialzi tradizionali in pietra, che un tempo delimitavano gli appezzamenti di terra e rallentavano lo sgocciolare dell’acqua. Ma, soprattutto, ha apportato delle migliorie alle « zais », ossia dei buchi scavati nella terra utilizzati come bacini per l’acqua piovana, che mantengono il suolo umido e fertile. Yacouma le ha ampliate e riempite con del composto e con della termite. Gli insetti possono, tranquillamente, banchettarvi. Le loro gallerie ed i loro rifiuti organici hanno permesso il resto: la terra si è aerata e arricchita di preziosi componenti nutritivi.  Il livello delle falde freatiche è risalito, gli alberi hanno ricoperto a nuovo il paesaggio ed il rendimento dei cereali ha fatto dimenticare la carestia.

Il successo di Yacouba però, ha riscontrato un certo scetticismo da parte degli altri contadini. Per trasmettere il suo sapere, ha creato i « giorni de mercato », ovvero, due appuntamenti annuali nei quali gli agricoltori di tutto il Sahel si riuniscono per condividere le loro conoscenze. A 60 anni passati ( anche se non sa esattamente quando sia nato), Yacouba Sawadogo percorre molti chilometri in moto per sensibilizzare la popolazione accogliendo i curiosi per il suo nuovo modello di sfruttamento delle terre. « Questa formazione è il punto d’inizio di molti scambi proficui nella regione, ha spiegato. La gente vi si reca per apprendere e diffondere, successivamente, il sapere nei loro villaggi d’origine. In tre decenni, avrebbe così contribuito a ripopolare sei milioni d’ettari nella regione del Sahel, secondo la CLD.

Questo successo ha attirato l’attenzione dei media. Nel 2009, Yacouba ha ricevuto l’onore d’essere il protagonista di un documentario britannico. Diffuso in venti Paesi, « L’uomo che ha arrestato il deserto » ha condotto il contadino burkinabé fino al Campidoglio, a Washington, dopo di ché alla tribuna di CLD, in Corea del Sud. La sua notorietà non ha impedito alle autorità locali di accaparrarsi delle sue terre, già fertili, spiegando che la città vicina, Ouahigouya, ha bisogno di espandersi. Una ingiustizia, denuncia l’ingegnere agricoltore Burkinabé, il quale dovrebbe trovare almeno 100 000 euro per riappropriarsi dei suoi preziosi ettari ormai destinati all’urbanizzazione.

Laure Dubesset-Chatelain

Tiré du magazine « GEO voir le monde autrement » Février 2013 p.20

Traduzione  Autiello Alessandro

Photo Edited by: Autiello  Alessandro

Bus numéro 37


Paris

Quest’anno l’estate parigina non è arrivata, anzi, sembra proprio che l’autunno reclami già il suo posto. E’ un pomeriggio uggioso, per me è la prima volta che respiro l’aria umida che invade Parigi. E’ veramente un peccato poiché questa bella città da il meglio di se con sole. Si possono godere tutti i parchi pubblici, les buttes chaumont oppure le parc Monceau, un po’ più piccolo ma ugualmente affascinante. Quello che consiglio di fare, in queste giornate, e’ di prendere un autobus a caso, non importa quale, tanto vi riporterà allo stesso punto di partenza. Inoltre a Parigi è impossibile, o quasi, perdersi poiché si ha una linea di metropolitana ogni 200 metri.

Vi propongo un itinerario. Prendete l’autobus n. 30, vicino al parc Monceau, direzione Gare de l’est. Così facendo potrete passare per l’Arc de Triomphe per poi risalire la città fino al capolina. Le strade sono deserte, ovunque si volga lo sguardo, ci si imbatte in stradine  vuote. Anche passando davanti al più importante monumento parigino il risultato non cambia. Gli unici impavidi si armano di ombrelli, keeway, e di tanta pazienza. Tra questi temerari vi sono piccoli gruppi di turisti giapponesi intenti più a non farsi sfuggire l’ombrello di mano più che ad ammirare le bellezze cittadine. Si muovono compatti come i pinguini nel periodo della covata, tengono gli sguardi ben fissi davanti a loro per non perdere la bandierina rossa della guida, che la sventola come la Marianne nel quadro di Delacroix.

Si passa per rue cardinet. E’ tutto un susseguirsi di palazzi ottocenteschi. oltrepassata questo tratto si entra, di fatto, nel VI arrondissement, borghese, lussuoso, internazionale. Qui vi fioriscono tutte le boutique di alta Moda, Versace, Armani senza contare i ristoranti di lusso che diventano la norma all’avvicinarsi dalla Tour Eiffel.  Attraverso questo quartiere con il mezzo più popolare, più economico, più a contatto con la gente: l’autobus. Arrancante passa il ponte cardinet, vicino alla Gare des Marchandises. Questa stazione fu inaugurata nel 1903 principalmente per la distribuzione del carbone: restò in servizio fino al 1993. Oggi viene utilizzata per la maggiore parte da commercianti asiatici per lo stock di vari prodotti. Appena si passa il ponte una serie di lavori bloccano il traffico, stiamo cambiando arrondissement. Più ci si allontana dai Campi Elisi, più s’intravedono negozi che vendono oggetti di tutti i tipi. Un negozio, giusto vicino alla fermata dell’autobus mi colpisce poiché i prodotti che vende, passeggini e lettini per neonati, si gettano quasi sulla carreggiata, impedendo il passaggio. Nonostante ciò, sembra che nessuno ci faccia caso, schivando bellamente gli “ostacoli”.

Una piccola disputa si accende sull’autobus tra due signori seduti. Sono troppo con centrato per prestare attenzione sul perché della discussione. Gli unici stralci di conversazione che riesco a percepire sono: « Monsieur c’est pas moi, c’est la loi… ». I francesi utilizzano sempre come scudo la legge anche nei rapporti interpersonali, come se un terzo fosse presente per prendere le parti di uno o dell’atro interlocutore. Ovviamente la persona nel dire questa frase alza le spalle come se volesse indicare una verità assoluta.

La vettura sale, ci dirigiamo verso il XVIII arrondissement, situato sulla parte alta della città, da dove si ha un panorama mozzafiato di Parigi: specialmente la sera, quando le luci cominciano ad accendere la Ville lumière. Non c’é da dimenticare che il quartiere di Montmartre, in passato, fu fortino di resistenza durante la Comune de Paris (1971). L’autobus arranca, la gente sale e scende ad ogni fermata, si riempie, sfreccia per le vie che ci circondano il quartiere del XVIII: rue ordener, rue ruisseau. La pioggia ha cessato, ora rimangono solo le nubi ed il grigiore autunnale. Per ingrigire, ancora più quest’atmosfera, ci vieni in aiuto un signore appena salito sull’autobus che, per régler una situazione di conflitto con un altro passeggero,  comincia a  spergiurare con  frasi quali: “Que les animaux prennent l’autre bus”. Riferendosi ad una signora di colore. La gente non reagisce, inerte, come assopita tra una rassegnazione alla ur ignorantia e la sfiducia. Il XVIII entra nel vivo. L’autobus mi mostra al meglio la vita che anima ogni singola via, ogni singolo quartiere, fatto di persone che prendono un semplice mezzo di trasporto, diretti chissà dove. Ogni fermata non é banale come si possa pensare: bensì é una simbiosi di gente, personaggi, più o meno bizzarri, che comunicano e che condividono il quotidiano.

Ogni quartiere ha la sua gente, i propri colori ed i propri problemi. Per esempio, passo davanti alla fermata della linea della metropolitana numero 2: Barbès. Chi conosce Parigi, sà di cosa io stia parlando. Lo scenario che attende tutti i giorni i pendolari all’uscita è sempre lo stesso, uomini di tutte le comunità e di tutte le religioni che vendono, più o meno sottobanco, tabacco, orologi dal dubbio valore commerciale. Adesso il 30 si è svuotato, all’interno, vicino ai sedili, una pubblicità « progresso » incita ad obliterare il biglietto ogni qualvolta si salga a bordo. Devo essere sincero chiunque abbia creato questo slogan avrebbe potuto fare molto di più: dans le bus pour être en règle on vali-bus.

Tra 2 minuti si arriva alla Gare de l’est, indica il tabellone elettronico posto in alto. Infatti, passata la rue 8 Mai 1945, si vede la stazione, con l’insegna tipica della Sncf color rosso ocra. Si scende, On est arrivé. Piccolo squarcio di vita parigina in questa giornata uggiosa.

Another world nel XIX arrondissement


Sulle quais d’un canale. Una fila di gente che si avvicina al bordo. Un fila di mani aperte sui dei libri. Sono seduto con le gambe incrociate e davanti a me si presenta qualcosa di inedito, che non ho mai visto prima d’ora. Se tendo l’orecchio riesco a distinguere le voci in un brusio che risale il fiume, ma non quello che dicono. Parlano una lingua antica. Sono tutti vestito con abiti eleganti. Chi da solo, chi in compagnia, viene accompagnato da un signore barbuto che legge questo libro tenuto tra le mani tese. Non so esattamente perché tutta questa gente sia scesa fino al fiume per intonare canti e leggere la Torah, però questo insolito spettacolo arricchisce sempre di più questa città métissée.

Tanti giovani, meno giovani, donne o uomini, si stringono in piccoli gruppi di 3 o 4 persone. Al centro v’è un uomo con barbuto che legge ad alta voce come in una messa. Sembrerebbe si tratti di una cerimonia simile alla nostra comunione dove si mostra davanti a dio e davanti ai propri cari che si è testimoni della parola del signore. Tra tutta la folla il mio sguardo viene catturato da una signora vestita con un vestito bianco ed una maglietta crema che, sola, legge alcuni passi della Tora. Concentrata, si confida con sé stessa e con colui che lo ascolta. Dopo una decina di minuti, finito di recitare il passo, si avvicina all’acqua e con un gesto della mano simula di levarsi come della polvere dal vestito nell’acqua. Farfuglia qualche parola, chiude il libro e, in silenzio, si dilegua fino a scomparire tra la folla. Il molo, dove mi sono seduto, non smette di muoversi, mosso dalla corrente e dai bambini, che presi dall’euforia, saltano su e giù dal molo alla banchisa.

Dopo poco, due persone, padre e figlio, scelgono lo stesso posto per iniziare, insieme, questo « rituale ». Il figlio ha difficoltà a trovare la pagina e suo padre, con esperienza, gli indica la linea dove seguire. Con un gesto sembra dirgli:  » guarda è da qui che devi cominciare ». Iniziano a leggere stando vicini gli uni agli altri, poi, inconsciamente ognuno comincia a leggere per conto suo e si discosta leggermente. Tutto viene ripetuto con naturalezza e, assorti in quel che leggono, si isolano.

Dall’altra parte dal molo si sentono suoni di corno, che risuonano per tutto il quartiere XIX di Parigi e urla di gioia di un gruppo di ragazzi pronti a festeggiare da lì a poco. In ben che non si dica il canale si svuota portandosi dietro quell’insolito momento parigino.   La banchisa si svuota. Il sole tramonta ed io attendo che qualcuno mi spieghi.

Rédecouvrir Rabat.. by Hafida


Rédecouvrir Rabat
Rédecouvrir Rabat

L’aereo atterra all’aereoporto di Casablanca alle ore 17.30 del pomeriggio. Giusto il tempo di prendere i bagagli e mi dirigo verso l’uscita: mi guardo attorno e subito impallidisco tale é l’ansia che mi pervade. Tutte le aspettative si accumulano e prendono il sopravvento: fortunatamente l’espressione del mio viso si rasserena solamente quando noto un signore con in mano un foglio con su scritto il mio cognome. Come se qualcosa di famigliare e di rassicurante vi ci fosse rinchiuso. Lui tiene stretto, con una mano, il foglio, come se fosse un bene prezioso, e, per aiutarsi nella ricerca della persona attesa, lo sporge in avanti aspettando che qualcuno gli faccia cenno con il capo. Appena intravedo il mio cognome scritto su quel foglio, non esito un secondo a fargli cenno per fargli capire che sono io la persona attesa. Il signore termina la sua chiamata al cellulare: “ si si é arrivata, saremo li tra un paio d’ore”. Con le valigie al seguito ci dirigiamo verso l’uscita. Esco fuori dall’aereoporto e mi manca il fiato: riconosco i palmeti tipici del mio Paese natio che accompagnano i viali esterni. Il color ambra della terra risalta ancor di più il contrasto con il cielo, azzurro chiaro, come se le due parti fossero cariche, intrise, anch’esse dalla forte voglia di vita che si respira tra la gente.

 Chino la testa e salto in macchina: inizia cosi il viaggio tra Casablanca e Rabat. Imbocchiamo l’autostrada e sfrecchiamo veloci. Per tutta la durata del viaggio non ho potuto fare a meno dall’essere travolta da quello che vedevo. Per esempio, quando cominciammo a percorrere un lungo tratto dove il colore della terra è simile allo zafferano, sul ciglio della strada ci sono bambini che giocano mentre, in mezzo ai campi, i contadini fanno una pausa a causa del sole cocente. Quest’ultimi rimangono seduti a chiaccherare dei tempi giovanili e delle nuove generazioni. Ovviamente dall’auto non ho potuto carpire ogni singolo discorso ma l’espressioni dipinde sui loro volti non lasciano spazio ad altre interpretazioni.

Mi accosto al finestrino come volessi catturare con i miei occhi ogni singolo particolarare che scorre al di fuori della macchina. Non voglio perdere nessun dettaglio, nessuna montagna, nessun colore, come bramosa di continue novità. Mi concentro talmente tanto sul lato destro del finestrino che non faccio caso che d’altra parte, una lunga linea blu delinea un’immensa distesa di mare: l’Oceano Atlantico mi lascia senza parole. Per tutta la durata del viaggio noto che le macchine in circolazione somigliano tutt’altro che a delle vecchie carcasse con 4 ruote, anzi, la quantità di SUV mi ha impressiona. Questo la dice lunga sul costante accesso ai beni di consumo da parte del mondo arabo. In più, la globalizzazione sembra aver messo, anche qui, le sue radici poiché non é difficile incontrare bambini che mangiato un Happy Meal seduti in un Suv guidato da una donna velata. That’s the arab globalisation.

 Dopo un’ora di viaggio, in uno scenario d’altri tempi, il cartello situato sul ciglio della strata indica: Rabat. Usciamo dall’autostrada e prendiamo una via secondaria che ci conduce verso un agglomerato di edifici poco distante. Un lungo viale traversa il quartiere e mi rendo conto che comincia una delle zone più benestanti della città. Per più di un quarto d’ora non ho fatto altro che ammirare le case e gli edifici moderni che regnano in questa parte della città. Rimango attonica ed ammaliata allo stesso memento. Si possono intravedere ville maestose che ricordano una qualche dimora presidenziale mentre altre seguano lo stile nord europeo. Insomma; veramante uno spettacolo imperdibile.

Lo sguardo scorre lento sul panorama. Passiamo davanti a sedi importanti quali: il Ministero della Giustizia, Al Jazeera. Oppure residenze di diplomatici dell’Unione Europea: tutti edifici riadattati allo stile tipico Marocchino. Passati al vaglio uno o due edifici comincio ad annoiarmi un po`fino a quando, l’autista, ferma l’auto davanti ad un caseggiato: siamo arrivi.

Cronaca di un giorno marocchino..